IMPORTANTE

Il nostro gioco ha preso il via alla fine della stagione 11 e si è sviluppato originalmente e parallelamente alle trame del telefilm. Ora siamo temporalmente nel corso della 13esima stagione ma lo svolgimento dei fatti nei nostri post non ha più niente a che fare con le trame seguite dal telefilm nel corso della 12esima stagione (che sta andando in onda ora in Italia) nè della 13esima (che sta andando in onda in USA. Verranno però inseriti nella lista dei personaggi disponibili quelli che compariranno di settimana in settimana nelle puntate trasmesse in Italia

STATS

.: Aperto:. 01/10/2005
.: Owner :. Sam
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.: Ultimo Iscritto: Danielle Sullivan
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PER GIOCARE

La piantina dell'ER
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.: Dizionario Medico :.

I POST

Per non scombinare i caratteri del layout prima di postare copiate i vostri post sul blocco note e dopo fate copia e incolla da lì su splinder senza modificare il carattere, lasciatelo così com'è, una volta postato apparirà automaticamente come il resto del template! I post vanno scritti in carattere normale mentre per i flashback, i sogni o cose simili, va usato il corsivo. Rispettate queste due piccole precisazioni, renderete più semplice agli altri capire i vostri post e li renderete uguali a quelli degli altri!

PERSONAGGI

I personaggi in grassetto e sottolineati sono occupati, cliccate per vedere i loro diari personali! Quelli con un asterisco sono i pg che hanno lasciato la serie ma che possono essere scelti e fatti tornare al Policlinico. Per una lista completa dei pg cliccate qui per accedere al sito ERHeadquarters.

Assistenti ( foto )

.: John Truman Carter
.: Susan Lewis
.: Kerry Weaver
.: Jing-Mei "Deb" Chen *
.: Victor Clemente
.: Luka Kovac
Luka Kovac è il pediatra del Pronto soccorso, una persona apparentemente chiusa, a volte scontrosa, sicuro di sé, ostenta una grande sicurezza che gli ha permesso di superare momenti difficili.
Arrivato in America da quasi dieci anni, inseguito alla guerra nei balcani che gli ha ucciso la famiglia, si è sempre dedicato al lavoro con molta professionalità e serietà.
La sua vita sentimentale americana ha sempre avuto alti e bassi fino a quando non si è legato a Sam e il suo bambino Alex, che lui considera un figlio.
Diverse situazioni tragiche hanno imperversato la sua vita recente, ma nonostante tutto, anche grazie all’affetto dei suoi amici, è riuscito a rialzarsi sempre.

 

Borsisti ( foto )

.: Gregory Pratt
.: Neela Rasgotra
(blog - Roomies)
Neela è di famiglia punjabi ed è nata e cresciuta in Inghilterra. Spinta alla professione di medico principalmente dai suoi genitori, ha attraversato una fase in cui ha messo in dubbio tutte le scelte della sua vita. Ora lavora al policlinico come borsista ed è molto coinvolta nel suo lavoro. Sensibile, precisa e meticolosa in ogni cosa che fa, in realtà è molto insicura e si fa sempre troppi problemi. Tende a prendere tutto molto sul serio, al contrario del suo coinquilino, Ray, per cui le cose sembrano sempre essere facili. Ha avuto una relazione a distanza con Michael, il medico dell’esercito in Iraq, e sta ora con il suo coinqulino Ray Barnett.


.: Archie Morris (blog)
Ironico, spigliato, imbranato, impacciato, altruista, bonario. Morris non ha mai avuto un carattere deciso e forte, anzi, sempre l’opposto, anche se ha un ego che potrebbe riempire tutto il County. Stà iniziando solo ora responsabilizzarsi e a capire il valore dell’amicizia. Con le sue figuracce potrebbe scrivere un libro, anzi un’intera collana di libri. Ha trovato i veri amici solo nell’ultimo anno passato al County, quando ha deciso di mettere da parte il suo lato divertente e borioso, e far vedere che infondo è un ottimo medico.

.: Ray Barnett
(blog - Roomies)
Non si sa molto del passato di Ray, ma si sa qualcosa del suo presente. Arriva al Policlinico di Chicago durante il suo primo anno da Borsista e subito si delinea il suo ruolo all'interno del Pronto Soccorso. Arrogante e sfacciato in apparenza sembra però indossare soltanto una maschera che nasconde notevoli insicurezze. Ha una grande passione per la musica, suona infatti in un gruppo rock che cerca di sfondare. Donnaiolo e provocatore viene chiamato dalla Weaver in uno dei suoi primi giorni di lavoro come "il figlio naturale di Ozzy Osburne". E' cambiato molto grazie a Neela, la sua coinquilina, ed ora la sua ragazza, che riesce a tirare fuori i suoi lati più nascosti.

.: Abby Lockhart
Promettente studentessa di medicina, declassata poi a infermiera per il mancato pagamento dell’università, Abby ora è finalmente riuscita a diventare la dottoressa Lockart, molto competente che svolge il suo lavoro in modo professionale e ha un ottimo rapporto con tutti.
Infanzia travagliata a causa della bipolarità della madre, è una donna molto forte, anche se non è riuscita a resistere gli spettri dell’alcolismo allontanati definitivamente anche grazie a John. E’ stata fidanzata con Luka e successivamente con John, ma entrambe le relazioni sono naufragate. Nonostante ciò tra loro c’è una profonda amicizia e non mancano mai di sostenersi a vicenda.

Tirocinanti ( foto )

.: Jane Figler
.: Penny

Chirurghi ( foto )

.: Lucien Dubenko (blog)
Un metro e settanta di boria, genio e follia: questo è il Dottor Lucien Dubenko. Il Primario di Chirurgia del Cook County è un tipo decisamente bizzarro: sotto un folto cespuglio di ricci castani nasconde nozioni medico-scientifiche all’avanguardia, una cultura enciclopedica e tanta, tanta spocchia. Per lui il chirurgo è l’unico, vero, medico. L’eccellenza nella sua professione è stata però raggiunta a caro prezzo: nella vita privata, infatti, Dubenko non fa che commettere un errore dopo l’altro. Divorziato ormai da quattordici anni, ha un figlio, Mika, che non vede quasi mai; sembrava aver finalmente trovato la felicità in un’appassionata relazione con la collega Abby Lockhart, ma anche stavolta Lucien ha finito per rovinare tutto -- con le sue stesse mani

.: Elizabeth Corday

Altri Dottori ( foto )

.: Donald Anspaugh
.: Janet Coburn
.: Michael Gallant *

Infermiere/i ( foto )

.: Conni Oligario
.: Lydia Wright
.: Malik McGrant
.: Haleh Adams
.: Lily Jarvik
.: Chuny Marquez
.: Yosh Takata
.: Chuck Brown
.: Eve Peyton
.: Inez
.: Samantha Taggart (blog)
Sam rimane incinta di Alex a 15 anni e decide di tenere il bambino. Arriva a Chicago, e al policlinico, in uni dei suoi tanti spostamenti per sfuggirer dall'ex compagno e padre di Alex, e vi si stabilisce anche a causa della relazione con il Dottor Luka Kovac. Impulsiva, indipendente e autoritaria rivela invece la sua fragilità nella vita che non è andata proprio come voleva lei; capace di affrontare ogni situazione dimostra nel suo lavoro grande umanità.

Paramedici (foto )

.: Tony Gates
.: Doris Pickman
.: Zadro White
.: Pamela Olbes
.: Morales
.: Silva a.k.a Ellys

Accettazione ( foto )

.: Jerry Markovic
.: Frank Martin
.: Miranda "Randy" Fronczac

Assistenti Sociali

.: Wendall Meade (blog)

Altri

.: Alex Taggart

Personaggi originali giocanti

.: Aoi Misora
Misora Aoi, 24 anni, è una giovane e intraprendente infermiera venuta da uno dei Complessi Ospedalieri più rinomati di Tokyo. Dopo aver trovato troppo stretto il ruolo di infermiera nella società giapponese e la concezione di sanità come privilegio per i più benestanti, ha deciso di lanciarsi in una nuova avventura dopo un corso di 6 mesi per aggiornarsi sul modo di agire delle infermiere americane.
Quindi, via per una nuova meta, il Policlinico Universitario di Chicago.
Aoi è una ragazza molto dolce e seria, leggermente timida al principio, ma scherzosa e solare una volta rotto il ghiaccio.

.: Danielle Miranda Sullivan
Danielle Miranda Sullivan è un amabile ragazza di 23 anni. Lavora al Policlinico di Chicago come infermiera, ma stà studiando per diventare dottoressa, con l’intento di realizzare il suo sogno di specializzazione in medicina d’urgenza o chirurgia. Le manca solo un anno per poter poi, affrontare il tirocinio. Ha passato quasi gli ultimi due anni in Australia, perché aveva vinto una borsa di studio. È tornata a Chicago con la voglia di rivedere i suoi vecchi amici, e poter iniziare di nuovo la sua solita vita, senza canguri o koala. Sarcastica e stravangate si considera la groopie numero uno del gruppo di Ray, fin dai tempi in cui era solo una ragazzina. Infatti ha conosciuto Ray, Brett e Jared quando frequentavano il college insieme a suo fratello Dominic.
Danielle è una ragazza carismatica, che ha sempre il sorriso disegnato in volto, e quando si entra nelle sue grazie è un’ottima amica, ama ascoltare le persone, e nonostante la sua giovane età è abbastanza pervicacie e sa come consigliarti.
Perdutamente e follemente innamorata di Ray ormai sette anni, non si è mai rassegnata nemmeno un secondo, Jared è l’unico custode di questo segreto, e Dan preferisce che sia cosi, perché almeno se qualcuno lo viene a sapere, lei sa chi uccidere.

Personaggi non giocanti

.: Jared O'Connor
Alto, fisico atletico, muscoli allenati grazie alla pratica di numerosi sport estremi, capelli scuri lunghi fin sopra la spalla, con una frangia che a volte gli ricade sugli occhi di un azzurro strabiliante. Veste con jeans, magliette o camicie, giacche di pelle, anfibi o snikers Molto schietto, spigliato, sicuro di sé, a volte arrogante, ha un gran senso dell'humour e con la sua simpatia travolgente riesce sempre a tirare su di morale chi è triste ma nonostante ciò gli risulta difficile affezionarsi ad una persona e riesce a fidarsi solamente di chi "gli tocca l'anima". Ha un debole per il gentil sesso e in amore è "farfallino" poiché non ha ancora trovato la persona giusta per lui. Ha una particolare attitudine verso l'arte, infatti ama dipingere, scrivere canzoni e comporre musica.. Grande amico di Ray, i due si conoscono al liceo e grazie alla passione per la musica che li accomuna, qualche anno dopo, entrano in una band musicale. Jared, dopo gli studi in medicina, viene accettato come borsista al Mercy. Nelle ultime tre settimane è sparito dalla circolazione senza che nessuno sapesse nulla. La sua assenza è dovuta alla morte del padre in seguito ad un'operazione mal riuscita al Mercy; Jared fa causa per incompetenza ai medici che si sono occupati dell'operazione e riesce ad ottenere il trasferimento dal Mercy al Policlinico per essere più vicino a sua madre, che dopo la morte del marito soffre di depressione acuta.

.: Brett Micheals
Pigro, confusionario, divertente e perdigiorno, sono forse questi gli aggettivi che più si adattano a Brett. Amico di lunga data di Ray e Jared suona nella loro stessa band, la musica è infatti una delle sue più grandi passioni. Non ha al momento un lavoro fisso, ma fa saltuariamente il barista in vari locali di Chicago. Ha una vita sentimentale abbastanza altalenante, e le storie serie della sua vita si contano sulle dita di una mano; Brett sembra infatti essere il classico bambino che non vuole mai crescere, ma questo solo all'apparenza, perchè sotto sotto nasconde una personalità più adulta di quanto non si possa immaginare.

:: Ginevra Cooper
Ginevra Cooper è una dottoressa laureata in Psichiatria della Devianza ad Harvard, con il massimo dei voti, è finita a lavorare a Chicago da meno di un anno. Non ha molte amicizie, non ne è interessata, ha chiuso il cuore molti anni fa lasciandosi alle spalle un divorzio, che considera il suo più grande errore, ma che rifarebbe, già lei non ha rimpianti ha solo delusioni che l’hanno aiutata ad andare avanti da sola. Indipendente e molto seria, è la classica dottoressa tutta lavoro. Ha conosciuto Morris per via della sorella, tra i due all’inizio non c’è stato un bel rapporto anzi, lui ai suoi occhi è infantile impulsivo e ridicolo, ma grazie all’insistenza snervante di questo ragazzo che ha ceduto a un’uscita ‘per un caffè’, cosi ha detto, ma quel caffè è diventato un pranzo, una colazione e poi una cena. Che si stia finalmente liberando da quel peso che l’attanaglia lo stomaco?

:: Mikaël 'Mika' Dubenko
Mikaël Dubenko, detto Mika, è il figlio sedicenne del Dott. Lucien Dubenko. Ha vissuto finora con la madre, Katherine, dopo che i genitori hanno divorziato quando lui aveva poco meno di due anni. Ragazzo problematico (storie di furti e di droga), ha un'unica grande passione: l'hip hop. Da grande vorrebbe diventare un famoso rapper, e per questo si esercita ed ascolta musica dal suo i-Pod 24 ore su 24. Dal nuovo anno, a causa del trasferimento della madre in Italia, Mika decide di andare a vivere col padre a Chicago, mettendo finalmente Lucien di fronte alle proprie responsabilità.

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domenica, 28 settembre 2008

postato da DrDubenko | commenti (2)

“Sei stato gentile ad accompagnarmi dai nonni, pà. Potevo anche andare in treno, però…”

“Figurati, Mika. Mi fa piacere, così stiamo un po’ insieme, no?”, rispondo tenendo lo sguardo fisso sulla strada. “E poi ogni tanto bisogna farla viaggiare, questa BMW, altrimenti penserà che la trattiamo come un’utilitaria e si offende!!”

Mi giro verso Mika con un bel sorriso stampato in faccia, ma lo trovo con lo sguardo perso dinanzi a sé che ignora totalmente il mio tentativo di fare dello spirito. Tentativo miseramente fallito.

“Papà, scusa”, mi chiede dopo qualche minuto di silenzio, “ma è scientificamente provato che le donne mangiano tanta cioccolata quando hanno le mestruazioni?”

“Cos--!?”, esclamo prima di iniziare a tossire – colpa della saliva che mi è andata di traverso.

“Sì, papà! Ieri sera Joey è riuscita a divorare un’intera scatola di barrette al cioccolato, un muffin glassato alla fragola, ha bevuto un milkshake al cioccolato e, non contenta, ha mangiato metà del mio cheesecake! E’ stato orribile! Ma le donne con le mestruazioni fanno tutte così??”

Mi schiarisco la voce riprendendo il controllo del volante, che ho quasi perso per lo shock di sentire mio figlio pronunciare la parola ‘mestruazioni’.



“Allora? E’ una roba scientifica o …?”

“Sì, Mika, lo è.” Faccio un profondo respiro, deciso a prendere un atteggiamento obiettivo e razionale della cosa. “Devi sapere che durante il ciclo mestruale…” – non dovrei, ma mentre pronuncio ‘quella’ parola sento le guance avvampare – “…nell’organismo femminile cala il livello di serotonina, un neurotrasmettitore che svolge un ruolo molto importante nel sistema nervoso centrale: regola infatti la temperatura corporea, il sonno, l’appetito e l’umore. E quando, come durante il ciclo, l’organismo femminile si trova in carenza di serotonina, la va a cercare in alimenti come il cioccolato che ne stimolano la produzione. Tutto chiaro?”

“Cavolo! Non immaginavo che le donne fossero così complicate!!”

Sorrido divertito. “E’ vero, hai ragione… in questo senso noi uomini siamo più fortunati.”

“Siamo i migliori, pà: niente ciclo mestruale, niente figli da sfornare…”

“Be’, noi abbiamo la prostata!”

“La prostata?! Che roba è?”

“Che roba è… La prostata è una ghiandola, una ghiandola de… be’, sì, dell…” Prima di andare avanti guardo con la coda dell’occhio Mika che, sistemato di traverso sul seggiolino, mi fissa con sguardo attento. “E’ una ghiandola… ecco, dell’apparato genitale maschile”, dico tutto d’un fiato.

“Aha?”, commenta Mika tentando di nascondere un sorriso malizioso. In che cavolo di ginepraio mi sto mettendo?!

“Devi sapere, Mika”, proseguo con la prima cosa che mi viene in mente, “che il cancro alla prostata è la forma di tumore più frequente nel sesso maschile.”

“Oddio, no!!”

“Sì, ma non ti preoccupare! Basta essere cauti e fare un esame specifico, si chiama esame del PSA, almeno una volta all'anno superati i 50 anni di età… Con una diagnosi precoce infatti i rischi diminuiscono notevolmente. Proprio qualche mese fa in reparto abbiamo acquistato un’attrezzatura fantastica per la prostatectomia radicale laparoscopia robot-assistita: è un macchinario all’avanguardia, anche se a dirla tutta non risolve alcuni problemi che comunque rimangono…”

“Tipo?”

“Ad esempio, dopo l’intervento esiste un… un 20% di possibilità di…”

“Di?”

“…di perdere…”

“Di perdere??”

Perché non riesco a tenere la bocca chiusa?? “Be’… dicevo… c’è il 20% di possibilità di perdere… la funzione erettile, ecco.”

“No!! E uno come fa?!”

“In questi casi spesso si ricorre a farmaci specifici o… a… a iniezioni… iniezioni n- nel pene, o… a p- protesi, e… anche…” No, non ce la faccio: non posso dire ‘pompe erettili’ davanti a mio figlio!! “Oh, no! Maledizione!!”

“Che succede, pà?”

“Diamine, ho saltato l’uscita per Cincinnati…”

“E adesso?”

“Adesso dobbiamo svoltare alla prossima uscita e poi tornare indietro… Che stupido!”

“Te lo io dicevo di accendere il navigatore!”

“E allora! Credevo che me la sarei ricordata, la strada…”

Scuoto la testa in segno di disappunto e ritorno con la mente all’ultima volta in cui io e Kath siamo venuti insieme a Cincinnati. E’ stato tanto tempo fa…


***
 

Arriviamo davanti all’imponente entrata del condominio, un’elegante costruzione degli anni ’20, e ci presentiamo all’usciere. Non vengo qui da anni, eppure non sembra essere cambiato niente: il personale in divisa, i soffitti decorati, gli sfarzosi lampadari appesi al soffitto.

“La Signora vi aspetta.”

Ringraziamo l’usciere e ci avviamo verso le scale. Mika inizia a salire veloce, saltando gli scalini due a due. Io, dietro di lui, faccio uno scalino alla volta, nella vana speranza di evitare l’inevitabile.

Appena sento Mika esclamare “Nonna!!”, alzo la testa verso la cima delle scale e accelero il passo.

“Mikaël, tesoro! Vieni qua, fatti abbracciare!”

“Nonna, mi sei mancata tanto, sai?”

“Anche tu mi sei mancato, angelo mio…”

Ci siamo. Arrivo sul pianerottolo ansimando leggermente.

“Lucien.”

Tiro fuori un timido sorriso. “Greta… ciao.” Non riesco a chiamarla ‘Signora Sullivan’. Poi ci avviciniamo per scambiarci un rapido bacio sulla guancia.

“Prego, entrate. Com’è andato il viaggio? Tutto bene?”

All’interno, Greta ci conduce dall’ingresso in salotto. “Accomodatevi pure, vi porto qualcosa da bere. Mikaël, ti va una bella limonata? Lucien, per te?”

“Una limonata andrà bene anche per me, grazie”, rispondo. Mi guardo attorno, e tutto è esattamente come lo ricordavo: elegante, pulito e ordinato. I vecchi divani color cammello con i loro cuscini dorati, il tavolo di cristallo dalle basi in pietra scolpita, i dipinti di Fred Duvenek e Robert Blum alle pareti.

“Pà, andiamo di là dalla nonna?”, chiede Mika.

“Certo… certo, andiamo”.

Greta è in cucina, in piedi dietro al bancone, che versa la limonata nei nostri bicchieri.

“Nonna, il nonno dov’è?”, chiede Mika sedendosi al tavolo della sala.

“E’ uscito a comprare il giornale, caro, sarà qui tra poco”, risponde Greta portandoci le nostre bevande.

“Grazie”, rispondiamo io e Mika all’unisono.

Proprio in quel momento, si sente un rumore di chiavi e la serratura della porta di casa che si apre.

“Eccolo!”, esclama Mika. Poi salta giù dalla sedia e corre verso il corridio gridando: “Nonno! Nonno!!”

“Mikaël! Vieni qua!” Quella voce… “Fatti vedere, giovanotto!!” Un brivido mi corre lungo la schiena: James Blake Sullivan III, il Procuratore Sullivan, l’avvocato di fama. Nonostante tutti questi anni, la sua presenza mi incute ancora timore.

“Allora, figliolo, racconta! Com’è andata la scuola quest’anno?”, lo sento chiedere a Mika mentre oltrepassa la soglia della sala da pranzo: con un braccio cinge alle spalle il nipote, mentre con l’altro regge una copia dell’Enquirer. Mi alzo in piedi. Lui mi lancia una rapida occhiata e appoggia il quotidiano sul tavolo.

“Buongiorno Signor Sullivan”, dico allungando la mano verso di lui, “come sta?”

James mi stringe la mano con forza. “Stiamo benissimo, grazie”, risponde a denti stretti prima di avvicinarsi alla moglie e darle un leggero bacio sulle labbra. “Allora, figliolo”, chiede a Mika sendendosi. Io e Mika facciamo lo stesso. “Questa scuola?”

“Non male, nonno, non male. Non ho avuto nessuna insufficienza!”

“E bravo il mio Mikaël!”

Mi metto ad osservarlo per bene: nonostante l’età e i capelli ormai completamente grigi, non sembra dare segni di cedimento. Lo sguardo intenso e l’atteggiamento austero sono rimasti gli stessi.

“Greta, cos’hai preparato di buono oggi per il nostro ospite?”

“E’ una sorpresa, James, una ricetta speciale per i nostri due ospiti!”

Due ospiti?”

“Sì, nonno”, risponde Mika, “resta a pranzo anche papà!”

James si volta verso di me e mi lancia un’occhiataccia.

“Se preferite… io posso anche non restare”, replico facendo per alzarmi dalla sedia.

“Oh, no, Lucien, rimani, te ne prego”, mi blocca Greta. “Ci fa piacere che mangi con noi.”

“D’accordo, grazie”, rispondo ignorando lo sguardo ostile di James.

 

“Nonna!”, esclama a un certo punto Mika, “mi porti nella stanza di mamma? E’ tanto che non ci vengo…”

“Ma certo, tesoro”, risponde Greta abbandonando per un attimo i fornelli. “Vieni con me, andiamo.”

A quel punto rimaniamo soli James Sullivan e io. Seduti al tavolo, uno di fronte all’altro. Lui mantiente un ostinato silenzio, e io faccio lo stesso. Lascio passare un paio di minuti, poi mi decido a rompere il ghiaccio con una domanda di cortesia: “Suo figlio Bradley come sta? E Susan?”

“Lo sai che se non fosse per mio nipote ti avrei già buttato fuori da questa casa a calci, vero?”, esclama James allungandosi minaccioso verso di me. Il suo sguardo è letteralmente fiammeggiante.

Deglutisco e, quasi impercettibilmente, annuisco, sempre tenendo lo sguardo dritto nel suo. I suoi occhi scuri, il suo sguardo fiero e ardente: tale e quale quello di Katherine.

“Eccoci qua!”, esclama Greta rientrando nella stanza. “E’ ora di preparare la tavola… James, per favore, vuoi alzarti?”

Scatto in piedi e mi offro per dare una mano ad apparecchiare la tavola.

 

***

 

“Mmh… deliziosa questa carne! Cos’è questa salsa? Limone, arancia… cos’altro c’è?”, chiedo.

“Limone, arancia, un po’ di mostarda, zenzero e porto bianco. Si chiama salsa Cumberland”, risponde Greta.

“Non l’avevo mai assaggiata. E’ ottima, complimenti.”

“Ti ringrazio.”

Dopo qualche minuto Mika prende la parola. “Nonno, posso farti una domanda?”

“Certo, figliolo, dimmi”, risponde James appoggiando le posate sul piatto.

“Volevo sapere, quando la mamma ti disse che voleva fare la musicista, tu l’hai ostacolata? Cioè: tu sei un avvocato, lo zio Bradley pure… Non volevi che diventasse un avvocato anche lei?”

“Katherine ha sempre amato la musica, ha sempre voluto fare quello fin da bambina. Non mi aspettavo certo che seguisse le mie orme!”

“Allora l’avete lasciata fare quello che voleva?”

“Noi le dicevamo che saremmo sempre stati dalla sua parte, qualsiasi scelta avesse fatto”, aggiunge Greta.

Smetto per un attimo di masticare: sento odore di complotto da parte di Mika.

“La cosa più importante per noi”, riprende James “era che lei fosse felice. Ciò che rendeva felice lei avrebbe reso felice anche noi, questo le abbiamo sempre detto.”

“Vedi, papà!!”, Mika si volta di scatto verso di me. “Vedi?!”

Deglutisco e butto giù il boccone. Lo sapevo…

“Vedi?! Il nonno l’ha lasciata fare la mamma! Lei amava la musica e loro l’hanno lasciata fare quello che voleva!”

“Perché, Mikaël? Tuo padre ti impedisce di fare qualcosa?”, interviene James lanciandomi uno sguardo intimidatorio.

Cerco di restare calmo e mi pulisco la bocca col tovagliolo. “Mika, per favore, non è il caso di iniziare questa discussione adesso, siamo a tavola…”, replico guardandolo di traverso.

“No, no”, insiste James, “parliamone invece. Cos’è questa storia?! Mikaël?”

Mika non risponde e guarda me.

Okay, d’accordo. “Signore”, dico puntando gli occhi sul mio ex suocero, “io non sto impedendo proprio niente. Semplicemente mi preoccupo per mio figlio. Quella che lui ascolta è una musica pericolosa.”

“Ma che dici?! Pericolosa?!”, ribatte Mika iniziando ad agitarsi.

“Sì, Mika: pericolosa. E il più delle volte volgare.”

Mika scuote la testa. “Ma va’… Tu non capirai mai…”

“Cosa c’è da capire?”, domanda James intromettendosi di nuovo.

“Mika, ascoltami una volta per tutte”, insisto, “il rap, quella musica che ti piace tanto, non è roba per te! Devi capire che è nata e appartiene a delle persone con cui tu non hai niente in comune! Si tratta di ragazzi cresciuti in un ambiente familiare e sociale problematico, in situazioni di grave disagio e—”

“Come puoi dire, tu, che Mikaël sia cresciuto in un ambiente familiare 'normale'?!”, interviene sprezzante James.

Faccio un profondo respiro. “Mio figlio sarà pur cresciuto con un solo genitore”, rispondo scandendo le parole una a una, “ma io e Katherine non gli abbiamo mai fatto mancare niente. Mika?”, dico chiedendo una conferma a mio figlio. In quell’istante vedo i suoi occhi riempirsi di lacrime e per un attimo mi si ferma il cuore. In un balzo, Mika salta su e corre via. Sento il rumore di una porta, la vecchia camera di Kath, che viene sbattuta con forza.

James e Greta si scambiano uno sguardo preoccupato, io resto immobile, paralizzato.

“Vado a vedere che cos’ha”, sussurra Greta alzandosi da tavola.

“Ferma”, interviene James afferrandola per un braccio, “Vado io.”

“No, per favore”, li interrompo posando il tovagliolo sul tavolo. “Se permettete, vado io da lui.”

“E perché? Per farlo piangere di nuovo??”

“James…!”

Non rispondo alla provocazione di James, e a passi lenti mi dirigo da Mika. Busso leggermente dalla porta e, senza aspettare una risposta, entro. Mika è sul letto, ripiegato sul materasso a singhiozzare. Mi siedo accanto a lui e gli appoggio una mano sulla spalla. Lui, stringendo a sé uno dei cuscini, continua a singhiozzare.

“Mi dispiace, Mika…”

Le mie parole non fanno altro che peggiorare la situazione, e la disperazione di Mika aumenta. Il suo pianto sembra sgorgare da qualche punto lontano, da un punto profondo, nascosto dentro di lui. Un sentimento oscuro che è riuscito a liberarsi solo adesso, tutto insieme.

“Mi dispiace, Mika… Mi dispiace tanto…”

Non riesco a dire altro. Prendo Mika per le spalle e, superando la sua resistenza, lo tiro su. Lo cingo tra le mie braccia e lascio che appoggi la sua testa sul mio petto.

“Mi dispiace di essermene andato, Mika. Mi dispiace di avervi lasciato soli… mi dispiace tanto, Mika…”

Mentre sento le sue calde lacrime che mi bagnano la camicia, chiudo gli occhi e lo stringo ancora più forte.

 



*** Un paio d’ora dopo, in macchina verso Chicago ***

 

ATTENZIONE: CHIAMATA IN ENTRATA… CHIAMATA IN ENTRATA…

Ma… che roba è??

…ENTRATA… CHIAMATA IN ENTRATA… CHIAMATA…

E’ il mio telefono!

…CHIAMATA IN ENTRATA… CHIAMATA…

Come faccio a rispondere?! Io questo sistema non lo so ancora usare… “Pronto??”

… IN ENTRATA DA: KATHERINE SULLIVAN…

Cosa!? Kath!? “Pronto?”

…CHIAMATA IN ENTRATA DA…

Macché, non funziona! Maledetto Bluetooth e i suoi comandi vocali!!

…KATHERINE SULLIVAN… CHIAMATA…

Come diamine si risponde?? “Katherine!? Katherine Sullivan!? Rispondi!?”

“Lucien?”

“Finalmente!!! Kath!”

“Lucien, ma che succede? Dove sei?”

“Sono in macchina, scusami… è questo sistema di risposta automatica… mi fa impazzire!”

Kath ridacchia. “Stai usando il Bluetooth?”

“Esatto, proprio lui…”

“Sei incredibile… Mika? E’ lì con te?”

“No, Mika è… l’ho lasciato dai tuoi. Sto tornando verso Chicago.”

“L’hai già lasciato, allora. Come sta? E’ contento?”

“Sì… Sì, era molto contento”, rispondo evitando di far riferimento alla scena di pianto. “Fortunato lui che se ne va un paio di settimane al mare!”

“Ah, la vecchia casa al mare di Ocean Isle Beach! Che bei ricordi… Ma insomma, dimmi: com’è andata a Cincinnati?”

“Bene.”

“Mmh. Sarà stato strano per te… Dico, andare a casa mia, rivedere i miei…”

“No, perché? No… cioè, sì… be’, forse sì, un po’ strano…”

“E i miei come si sono comportati?

“Bene! Abbiamo pranzato insieme, ho mangiato un delizioso pollo alla Cumberland preparato da tua ma—”

“E mio padre?

“T- tuo padre cosa?

“Come si è comportato? Ha detto qualcosa di cattivo?”

“Cosa? No, no…”

“No? Sicuro?”

“…”

“Avanti: cosa ha detto…”

“Cosa? No, nient—”

“Cosa ti ha detto?!”

Sospiro. “Ha detto che se non era per suo nipote mi avrebbe sbattuto fuori da casa sua a calci.”

“Oh, no… Lucien, mi dispiace…”

“No, perché?”

“Perché sì! Papà non ha il diritto di trattarti così!”

“Ma è logico che lui ti difenda, Kath, ti vuole bene, e dopo tutto quello che è successo… E poi… e poi me lo merito.”

“Niente affatto!! Abbiamo divorziato in due, Lucien, ricordi? E soprattutto, questi non sono affari suoi!!”

“Sì che lo sono, dai, è tuo padre!”

“No che non lo sono, maledizione! Sono affari che riguardano solo me e te!"

“Lascia stare, Kath, dai… Non importa, lo sappiamo com’è fatto tuo padre…”

“Mi dispiace, Lucien, davvero. Scusa.”

“Grazie.”

“Grazie? Grazie a te! E’ stato carino da parte tua accompagnare Mika di persona… Potevi tranquillamente metterlo su un aereo, o su un pullman… Io l’ho fatto tante volte! Insomma… volevo dirti questo, ecco. Grazie.”

Sorrido. “Prego.”

“Davvero, Lucien. Lo apprezzo molto.”

“…”

"..."

"..."

“E insomma… Papà ti ha cazziato alla grande, eh?”

“Eh, be’…”

“Haha! Cos’altro ti ha detto? Racconta!!”

“Allora, come prima cosa…”


 

lunedì, 15 settembre 2008

postato da AbbyLockart | commenti (1)

Il telefono comincia a squillare, esco dalla doccia, infilo l’accappatoio al volo e corro verso il telefono sperando che nel frattempo Leeroy non si sia svegliato.
“pronto?!”
“ciao abby sono io!” dice luka dall’altro lato del telefono
“cos’è questa confusione?!” domando sentendo rumori di ogni genere e un vocio di fondo molto forte
“sono in emergenza uno, non ce la faccio a venire, qui è un inferno! Chiama qualcuno che tenga Lee!” dice
“eh…ok, si, tranquillo, ora risolvo il problema!”
“scusa!” continua mentre qualcuno grida che è in atto un’asistolia.
Attacco il ricevitore e butto la testa all’indietro…il solo pensiero di dover lasciare il piccolo con Tessa, la signora del terzo piano, mi fa venire i brividi.
Ma ovviamente, non ci sono altre soluzioni….
Mi asciugo velocemente, infilo il pantalone marrone e la maglia beige. Salgo le scale per andare a controllare il piccolo…è ancora steso beatamente nella culletta che dorme con le braccine alzate, la testa piegata verso destra e le gambe allargate. Sorrido seguendo il piccolo torace salire ritmicamente e vedendo il ciuccio muoversi senza sosta. Sistemo i capelli dietro l’orecchio e per un po’, con le mani sotto il mento ancorate sul lato della culla, mi perdo in mille pensieri…
 
Parcheggio la macchina al solito posto e scendo
“eccoci! Adesso andiamo da papà!sei contento?!” dico al piccolo come se potesse già rispondermi e invece lui, come al solito, sposta lo sguardo su tutto ciò che passa fuori dal finestrino, con la manina in bocca. Faccio il giro della macchina e vado a prenderlo. Con lui in braccio attraverso il parcheggio e salgo al pronto soccorso, dove regna il caos più totale.
“ma che succede?” chiedo attraversando l’accettazione
“incidente sulla madison, autobus contro fermata, una strage!” mi risponde frank
“come una strage?!”
“due morti, tredici feriti gravi, cinque lievi e l’uomo fatto in due pezzi è ancora incastrato tra autobus e lamiera e non sanno se lo tireranno fuori ancora vivo!” fa sarcastico
“oh mio dio!ehm…posso dare una mano!”
“con quel coso in mano, no!dallo a me ci penso io!” fa allungando le mani e prendendo Leeroy dal mio braccio “lo dovevi portare per forza?! Almeno lo hai cambiato?!!” fa con la sua solita espressione, poi allunga le braccia “vieni da zio frank!” fa alzandoselo per un attimo davanti gli occhi e poggiandoselo sul braccio con fare molto paterno
“mi raccomando, frank!” dico passandogli anche la borsa con tutto il necessario
“tranquilla, ho avuto una figlia anche io!!vai vai!!!” fa lanciandomi un camice di lattice
“gli altri?” chiedo allontanandomi verso le sale emergenze
“tutti tra emergenza uno, due e sale visita!!”
Schivo diversi pazienti e inservienti e piombo in sala visita uno
“serve una mano?!” domando affacciandomi
“vai da john!” mi dice luka prima di ordinare di staccarsi dal corpo prima di dare una scarica col defibrillatore sul petto scoperto di un uomo
“ecco i rinforzi!”entro nella sala due
“ciao abby!”fa sarcastico john
“cosa abbiamo?!”
“uno più di qua che di là!” risponde continuando ad armeggiare con le mani nel torace dell’uomo
Mi avvicino dall’altro lato della barella
“il polmone mi è collassato sulle mani, prova ad alzarlo, devo vedere da dove arriva tutto questo sangue!!” dice mentre infilo le mani nel taglio della pelle sollevando il polmone sentendo chiaramente il calore del sangue del paziente sulle mani...
 
Attraverso il corridoio e l’accettazione, chiedendo di frank che non è al suo solito posto e con lui non c’è neanche Leeroy. Mi rispondono ch eè in salottino col piccolo che cominciava a dare segni di stanchezza. Taglio il secondo corridoio e mi avvicino alla porta del salottino, vedendo quel’orso tenere mio figlio seduto sul divano cercando disperatamente di fargli fare qualcos’altro oltreal piangere.
“ehi!” sorrido entrando “che succede?”
“piange, non fa altro?!” fa alzandosi e odorandogli il sederino “e ha il pannolino pulito perché non fuoriesce alcun odore nucleare!”
“hai visto se aveva fame?”
“certo che no!” dice
“ah, ok, forse vuole il suo passato di frutta!” faccio prendendolo in braccio “eh?! Che dici? È fame la tua?!” cerco di calmarlo
Luka entra facendo un sorriso stanco e tirato
“guarda, c’è papà!!”
“che succede?!”
“qualche lagna, ora della merenda!”
“vieni, qui, dai, vediamo se ora ti passa!” fa prendendolo e cominciando a girare per la stanza con lui in braccio, passandolo prima a destra poi a sinistra…
“ok famiglia felice, io torno a fare il mio lavoro!” si congeda frank
“grazie” lo ringrazio tirnado fuori dalla borsa un contenitore con del frullato di frutta mista
“figurati, non c’è problema, è un piacere” fa prima di andarsene
“vieni luka, vediamo se ha fame!”
“allora ometto, hai fame?!” fa luka sedendosi sul divano davanti a me, tenendoselo sulle gambe.
 Gli mette la bavetta mentre giro la papa e lui subito si tranquillizza attendendo che gli avvicini il cucchiaio
“bravo, visto? Era solo fame!” faccio soddisfatta
“non ha mangiato?!”
“oh si! Dici a papà cosa hai mangiato, allora papà il pollo con le verdure….e mi è piaciuto tanto sai?”
“ah si?! Wow, che bello!” risponde luka mentre lil primo cucchiaio arriva a destinazione…
Uno splendido quadretto familiare…

 

venerdì, 25 luglio 2008

postato da DrDubenko | commenti (1)

Dopo cena, mentre Mika e Nicole se ne stanno beatamente sul divano a vedere non so cosa in TV, io mi ritiro nel mio studio: che confusione! Devo assolutamente fare un po’ d’ordine. Butto via tutte le cartacce che ingorgano la mia scrivania, lasciando solo le cose essenziali: laptop, l’ultimo numero del New England Journal of Medicine e di Trauma, il microscopio e la mia agenda. Tutto il resto, via.

Esco con in mano il cestino stracolmo di cartacce ed entro in salotto: “Mika, Nicole: per favore, ricordatevi di portare fuori questi rifiuti prima di andare a letto. E mettete tutto nel bidone della carta, mi raccomando!”

“Va bene”, risponde Nicole.

“Mika, sto parlando anche a te!”

“Ho capito, pà!”, risponde lui alzando una mano.

Sospiro e me ne torno nello studio a leggere.



1.1 Il corretto approccio terapeutico. Nei casi in cui la diagnosi differenziale tra pseudocisti e lesione eteroplasica risulti incerta si può ricorrere al dosaggio nel liquido cistico di alcuni marcatori tumorali come il CEA, il CA.125 ed il CA.19-9. La anastomosi cisto-digestiva, eseguita con sutura a punti staccati, rappresenta…

“PAPÀ, COS’È QUESTO?!”, sento Mika gridare dalla stanza accanto. “PAPÀAA!!!”

Ma è possibile che non abbia ancora imparato che non si grida da una stanza all'altra? Scuoto la testa e continuo a leggere.

… rappresenta il trattamento di scelta delle pseudocisti pancreatiche, anche se la puntura evacuativa intraoperatoria e il drenaggio transcutaneo o endoscopico possono essere utilizzati, seppur gravati da un maggiore rischio di recidiva.

“PAPA’!! COSA SONO QUESTI!?”

Alzo gli occhi dalla rivista e sbuffo: è tanto difficile fare due passi e venire a parlarmi qui?! Mi alzo, spazientito, e lo raggiungo nell’ingresso. “Mika, cos’hai da urlare?”, chiedo andandogli incontro.

“Questi, pà: cosa sono?”, mi chiede tenendo con una mano il mio cestino mentre con l’altra sventola un paio di fogli colorati.

“Fammi vedere…”

“Sono veri?? Due biglietti omaggio per il Cedar Point!?!”

Li prendo in mano e gli do un’occhiata. “Ah, sì, questi sono... boh, c’è stata una lotteria in reparto, e pare che io abbia vinto... ma sinceramente non so che roba sia...”, concludo restituendo i tagliandi a Mika.

“Allora è così: sono davvero due biglietti omaggio per un weekend al Cedar Point!!"

“Chi ha due biglietti omaggio per Cedar Point?!?”, esclama Nicole arrivando alle mie spalle.

“Papà: ha vinto questi biglietti a una lotteria!”

“No!! Lucien, li hai vinti tu i biglietti per Cedar Point!? Perché non mi hai detto niente?!?”

Mi stringo nelle spalle. “E che... che ne so... E poi… che roba è Cedar Point?”

Mika e Nicole si guardano l’un l’altro con aria sbalordita. “E’ il parco di divertimenti più grande del mondo, pà! Ma dove vivi?”

“E tu li stavi buttando via?!”, incalza Nicole.

“Papà, posso andarci con Joey? Posso??”

“No, voglio andarci io con Jane!”

“Ma non vi siete lasciate?”

“Sì, ma ci siamo rimesse insieme.”

“Be’, non mi interessa, cara Nic: i biglietti li ho trovati io, e quindi ci vado io insieme a Joey! E poi io e Joey non ci siamo mai lasciati!”

“E questo che c’entra?! Guarda che se io non ti dicevo di andare a buttar fuori la spazzatura, tu questi biglietti non li avresti mai trovati!”

“Che ragionamenti del cavolo, Nic! Li ho trovati io e posso farne quello che voglio! Giusto, papà?”

“Mika, sei davvero un egoista! Io sono una donna, e le donne hanno la precedenza!”

“E io sono un ragazzo e ho più diritto di te ad andare in un parco giochi! Tu sei vecchia, quanti anni hai, trenta?”

“Ne ho ventisette, e i parchi vanno bene per tutte le età!! Ci vanno persino gli anziani!!”

“Bugiarda!”

“Ti dico che è vero!! Dammi quei biglietti!”

“NO! Questi sono miei!!”

“Adesso basta!”, esclamo esasperato. Mika e Nicole si zittiscono all’istante. “I biglietti per il parco li ho vinti io, quindi… decido io.” Smesso di battibeccare, i due mi fissano in silenzio, in attesa del responso finale. “Ho deciso che a Cedar Point ci andrete insieme.”

“Cosa?!”

“No, io voglio portarci Joey!”

“E io Jane!!”

“Fatela finita!! Mika, come puoi pensare che io dia il permesso a due teenager come voi di passare un fine settimana da soli fuori città, addirittura fuori dallo stato? Nicole, che è un’adulta, ti accompagnerà. Voi due sapete come divertirvi insieme, no? Ormai siete quasi fratello e sorella, e io vi chiedo di comportarvi come tali. Siamo d’accordo?”

Mika e Nicole esprimono il loro disappunto con una smorfia.

“No? Vediamo se così vi suona meglio: offro a tutti e due, di tasca mia, un giorno in più al parco, così potete allungare il fine settimana dal venerdì alla domenica. Che ne dite?”

“Ma… pà, io il venerdì ho scuola…”

“Lo so: prenderai un giorno di vacanza! Ho visto i tuoi risultati, Mika: i voti sono molto migliorati rispetto al semestre scorso. Questo vuol dire che hai lavorato sodo, e quindi un giorno di vacanza ti spetta di diritto! Che ne dici?”

Vedo la bocca di Mika spalancarsi, poi mi salta addosso abbracciandomi. “Grazie papà!! Sei il migliore, sei fantastico! Ti voglio bene!!”

Ricambio il suo abbraccio, felice di sentirlo così entusiasta.

“E io? Posso prendere due giorni di ferie?”, chiede Nicole.

“Ma certo, Nic. Voi dovete solo scegliete in quale fine settimana andare, e io aggiusterò i turni in reparto. OK?”

“Sììì!! Lucien sei il migliore!! Il Capo migliore che possa esistere sulla Terra!!”, esclama Nicole alzando le braccia al cielo.

 

***

 

Torno a casa alle otto del mattino dopo un turno di notte in ospedale non particolarmente agitato. Vado in cucina e mi verso un bel bicchiere d’acqua fresca, poi salgo al primo piano e mi lascio cadere a peso morto sul letto. Allungo il braccio, afferro il cellulare e controllo se c’è un nuovo messaggio di Mika o di Nicole: no, niente. Chissà se dormiranno ancora… Immagino che saranno esausti dopo il loro primo giorno al Cedar Point! Appoggio il cellulare sul comodino e pigramente, senza alzarmi dal letto, inizio a spogliarmi: mi sfilo la maglietta dalla testa, mi tolgo i pantaloni e i calzini, spingo tutto sull’altro lato del materasso e finalmente posso infilare sotto le lenzuola.

 

Mi sveglio verso le tre e un quarto. Faccio un grosso sbadiglio e inizio a stiracchiarmi. Butto giù le gambe dal letto e infilo i piedi nelle ciabatte: una bella doccia è quello che ci vuole! Dopo essere stato sotto l’acqua per un buon quarto d’ora, esco dal bagno con un asciugamano intorno al bacino e i capelli bagnati.

Scendo al piano terra per mangiare un boccone, quando mi viene un’idea bizzarra: certo, adesso che sono solo, l’asciugamano non serve... Sorrido fra me e me, ripensando a quando vivevo da solo nel mio appartamento di West Chicago Avenue: sembra che siano passati millenni, e invece… Abbasso la testa e appoggio le mani sui fianchi: perché no? Prendo i due lembi dell’asciugamano, sciolgo l’annodatura e lo poso sulla spalliera della sedia. Eccomi qua, proprio come mamma mi ha fatto! Faccio due passi intorno al tavolo di cucina: che strana sensazione, quella di camminare nudi per casa... non sono più abituato, mi sento quasi in imbarazzo!! Eppure le tende alle finestre sono chiuse: a chi do fastidio? Vado ai fornelli e metto a bollire un po’ d’acqua per il tè. Manca solo il giornale! Mi avvicino alla porta e, lentamente, aprio uno spiraglio: mi abbasso e, accartocciandomi intorno all’anta di legno, allungo il braccio per afferrare il Chicago Tribune senza esporre al mondo le mie nudità. Ce l’ho fatta! Richiudo la porta e torno in cucina. L’acqua bolle: spengo il gas, verso il liquido bollente nella tazza e infilo la bustina di Earl Grey. Mi siedo, accavallo le gambe e inizio a leggere la prima pagina del Tribune con un sorrisetto di soddisfazione stampato in faccia.

 

Dopo aver fatto colazione – o forse dovrei chiamarla merenda – mi alzo e comincio a girare per casa, nudo e senza meta. Sono solo, ho tutto il tempo che voglio, non c’è nessuno che mi dà noia… ma cosa faccio? Inizio camminare lentamente di qua e di là, ruotando le spalle, piegando il collo, facendo un po’ di stretching. Poi entro in salotto e vedo il divano, vuoto, in mezzo alla stanza. Lo fisso per qualche secondo con una strana idea in testa. Mi tolgo le ciabatte e ci salgo sopra. Unisco i piedi, stringo le gambe inizio a molleggiarmi sul cuscino, su e giù, su e giù. Chiudo gli occhi e, inspirando profondamente, allargo le braccia all’altezza delle spalle. Resto in questa posizione a croce per un po’, sempre ad occhi chiusi, piegando ritmicamente le ginocchia e le caviglie. Quando riapro gli occhi mi vedo riflesso sul vetro della finestra: che buffo, sembro un tuffatore sul trampolino che si prepara a spiccare il salto nell’acqua… be’, in questo caso un tuffatore nudista!! Rido fra me e me: altro che crisi di mezza età, questa è demenza senile!!

… clik…clak…

Mmh? Cos’è questo rumorino? Bah, sarà il vento…

… tap tap…

Ma… che c’è?

“OH MIO DIO!!” – un grido alle mie spalle.

Mi volto di scatto e vedo Magda, la donna delle pulizie, che si copre la faccia con le mani.

ACH, ŻAŁUJE ZA ME ZŁOŚCI!

Apro la bocca ma sono troppo sconvolto per dire alcunché. Metto la mani sulle mie parti basse e mi butto giù a sedere, affondando più che posso nel divano per nascondermi alla sua vista.

“OH MIO DIO!!”, sento Magda ripetere. “JEDYNIE DLA TWEJ MIŁOŚCI!

Chiudo gli occhi e afferro un cuscino, posandomelo sopra l’inguine.

“Scusi, signor Dubenko, mi scusi! Jedynie dla twej miłości! Ach, żałuje za me złości! Mi scusi, ora io vado, vado subito via…”

Prendo coraggio e, rintanato fra i cuscini, riapro gli occhi. “No, Magda, aspetti: non se ne vada!”

“Signore, ma io non sapevo che lei era—”

“Magda, mi dispiace, è colpa mia: sapevo che i ragazzi non c’erano e le ho detto di venire sabato mattina, poi ho cambiato il turno in ospedale e mi sono dimenticato di avvertirla! Mi scusi tanto!”

“Vuole che torno un altro giorno?”

“No, Magda, lei vada nel mio studio, per favore, mi aspetti lì e io vengo fra un minuto, cioè… prima mi… mi rendo presentabile e poi vengo a chiamarla. Mi dia solo un minuto…”

Magda riprende la sua borsa caduta a terra e, ancora sconvolta, se ne va verso il mio studio.

  

*** sabato sera ***

 

Passato il ciclone Magda, sono di nuovo sul divano. Stavolta però indosso polo e bermuda e sto correttamente seduto. Scruto la pagina degli spettacoli del Chicago Tribune in cerca di un film interessante: vediamo… L’Incredibile Hulk, Emporium, Speed Racer… uhm… Darnk Knight, Mamma mia… uff… Ah, ecco: Rassegna sul cinema italiano: Luchino Visconti. Mmh.. interessante! Ore 21.00: Senso (1954): è perfetto! Lo danno al Kerasotes City North in North Western Avenue. Finalmente ho trovato cosa fare questa sera: neorealismo italiano!

 

Lascio la macchina nel parcheggio e mi avvio verdo l’entrata del multisala. Vedo un sacco di gente, ma è sabato, è naturale. Entro e davanti a me trovo una serie impressionante di persone incanalate in otto file, che portano ad altrettante casse. Oh mio dio… Traggo un profondo respiro e mi metto in coda. Dopo un buon quarto d’ora, finalmente arriva il mio turno.

“Buonasera e benvenuto al Kerasotes. Sala?”

“Buonasera”, rispondo al giovane impiegato mentre tiro fuori il portafoglio dalla tasca, “Vorrei un biglietto per la rassegna sul cinema italiano. Senso di Luchino Visconti.”

“Stasera la rassegna è sospesa, signore.”

“Come, scusi?”

“Stasera la rassegna è sospesa, ci sono solo i film in cartellone. Per quale sala vuole il biglietto?”

“Ah… ehm…” – alzo lo sguardo verso gli schermi posti alle spalle dei cassieri.

“Allora?”

L’incredibile Hulk, Emporium, Mamma Mia, Speed Racer, Dark Knight, … Non ne conosco nessuno…

“Signore, vuole acquistare il biglietto o no?”

Che cosa faccio? Se non vedo un film qui, dove vado? Non ho per niente voglia di tornare a casa. “OK, per favore mi dia un biglietto per… per..” – non riseco a decidere. “Un consiglio?”

Il cassiere alza gli occhi al cielo. “Prenda questo. Forse le servirà”, commenta a bassa voce prima di stampare il biglietto e appoggiarlo sul bancone. “Sono nove e cinquanta.”

Tiro fuori un biglietto da dieci e aspetto il resto. Poi prendo il mio biglietto, ringrazio il giovane e vado verso la sala, facendo zig-zag tra la folla. Sex And The City? Ma che roba è? Un porno??

 

Mi fermo a prendere un bicchiere di coca ed entro in sala: i posti sono già quasi tutti occupati. No, non può essere un film porno… Cerco il mio posto, H19, e mi siedo. Avvicino il bicchiere alla bocca e…

“Oddio, mi scusi!” – una giovane donna, passandomi davanti, urta il mio bicchiere di coca e ne rovescia la metà per terra. “Mi scusi tanto! E’ la borsa che mi è caduta…”

“Non si preoccupi”, rispondo sfregandomi i pantaloni, leggermente bagnati. “Non è niente.”

La giovane donna si siede proprio di fianco a me. “Sono davvero desolata, ma stasera qui è un incubo! Ma quante persone ci sono?!”

“Davvero… Si figuri che io sono venuto qui credendo di assitere a una rassegna di cinema italiano!”

“Anche lei per Luchino Visconti! Che coincidenza…”

Restiamo un attimo in silenzio, poi all’unisono esclamiamo: “Il Chicago Tribune!” E scoppiamo a ridere.

“E’ proprio vero quello che si dice”, commento, “Non credere mai a tutto quello che è scritto sui giornali!!”

Lei annuisce e indica il mio bicchiere mezzo vuoto: “Quando usciamo di qui gliene offro un altro.”

“Oh, non si deve preoccupare. Anzi, lasci perdere: non fa bene bere troppe bibite gassate…”

“Un salutista?”, chiede mentre le luci si abbassano.

“Una specie”, rispondo sottovoce prima che inizino a scorrere i titoli di apertura del film.


 

venerdì, 04 luglio 2008

postato da AbbyLockart | commenti (1)

Infilo la chiave nella toppa ed apro la porta.
“ehi!!!” dico ad alta voce felice di essere a casa dopo un massacrante turno di lavoro
“ciao mamma!!!” dice luka alzandosi dal divano da dove attentamente fissava il piccolo Leeroy giocare con le sue costruzioni giganti e colorate sul tappeto. Mi viene incontro, mi cinge con un braccio tirandomi a sé e mi da un bacio
“mmm che accoglienza!” commento divertita “ti sono mancata?!”
“ah non sai quanto!!” mi risponde lui
“ehi piccolo di mamma!!” richiamo il piccoletto che alza la testa, mi guarda e sorride “ma guarda che spettacolo!” dico avvicinandomi e mi butto sul divano al suo fianco, mi stendo a terra, puntellanto il gomito e mettendo la testa sulla mano. Gli faccio del solletico e lui ride divertito.nche luka sogghigna gustandosi quella scena.
“vuoi un caffè? Lo faccio?!”
“oh si, mi va, grazie!non ti muovere!!” sorrido e lui sparisce in cucina tornando poco dopo con due tazze di caffè fumante, mentre io, supina sul tappetto, tengo Leeroy a cavalcioni sull mio addome, lomantengo per le manine e mi muovo a destra e sinistra facendolo divertire un mondo.
Lui si siede con incredibile abilità a terra senza mollare le tazze e ci guarda giocare
“sai che oggi abbiamo mangiato il passato di frutta?” dice sorseggiando il suo caffè
“noo!! Ma non è presto?!” faccio quasi spaventata fermandomi per un attimo
“no” sorride luka “se è lontano dalle poppate e poi era allungato con il latte!” sorrido
“e lui?! Se lo è mangiato tutto?!”
“eggià!”
“ma che bravo bmbino! Ma che bravo bambino! Il mio passerotto!!” dico avvicinandolo a me e stampandogli numerosi baci.
“tu invece a lavoro, tutto ok?!”
“più o meno si, è stato massacrante, ma ho retto alla grande!” sorrido
“bene sono contento!” sorride lui
“cioè, è strano stare un’intero pomeriggio al alvro pensando a voi, poi torno qui, stanca morta e mi rendo conto che in realtà ho ancora un sacco di energia per stare dietro nostro figlio e dietro te…non ti sembra strano?!”
“perché dovrebbe?!” fa accavallando le gambe “ a me piace, insomma, tornare dal lavoro e trovare voi, è qualcosa di…spettacolare!” fa spallucce
“vero!”
“vero!” ripete sorridendo “ ehm, che programmi hai?”
“io!? nessuno! Che vorresti fare?!”
“non lo so, attacco alle otto e mezza, magari potremo andare a farci un giro, abbiamo più di due ore, ti va?!”
“se prepari il piccolo, io mi do una sciacquata veloce e andiamo!”
“affare fatto!” dice alzandosi, poi prende il piccoletto in braccio e allunga la mano, l’afferro e lui mi tira su…
Bacio a stampo e vado a lavarmi per uscire.
 
Rientro a casa con il bambino addormentato nel carrozzino. Lo prendo e con molta calma, per non farlo svegliare, lo porto in camera da letto. Lo adagio in mezzo al lettone, gli metto i due cuscini al alto da barriera, lo copro con una parte del lenzuolo ed esco socchiudendo la porta alle mie spalle. Metto il passeggino sotto le scale, mi guardo intorno. Silenzio. Sono sola. Luka è al alvoro, Leeroy dorme, vado in cucina, preparerò qualcosa e poi mi godrò un bel film.
Schiudo gli occhi sentendo una mano calda e profumata che mi fiora i capelli…
“ciao…” saluto luka impastata di sonno, mentre lui si è mezzo steso dall’altra parte del letto e sorride
“ciao…”
“com’è andata?”
“non mi sono fermato un attimo!” risponde stanco a ffaticato poggiando la testa sul cuscino.
Allunghiamo la mano e ce la strigiamo, mentre il corpicino di Leeroy fa un susuuslto per un respiro più profondo.

 

venerdì, 20 giugno 2008

postato da NicoleJulianMD | commenti (1)


“Dai!! Anche lei è dell’Indiana!”, esclamo rivolgendomi al paziente. “Di dove?”

“Muncie.”

“Ah, Muncie! Io sono di Francesville.”

“Francesville?”

“Più o meno a metà strada fra Lafayette e qui.”

“Ah! Quindi non si è allontanata molto, Dottoressa...”

“In effetti no… Ma sa com’è: questo è l’unico ospedale dove mi hanno accettata!!”, scherzo scoppiando a ridere. “Allora, signor Teadre”, riprendo poi seriamente, “io devo andare. Lei si tranquillizzi, mi raccomando, perché non ci sono interventi chirurgici che l’aspettano. Il Dottor Barnett, qui, si occuperà di lei e fra qualche giorno sarà di nuovo a casa. Arrivederci!”

“Arrivederci, Dottoressa, e grazie!”

Saluto il paziente ed esco dalla sala visite. Vedo Malik dall’altro lato del bancone, gli faccio l’occhiolino e continuo a camminare allegramente per il corridoio. Incontrare quel signore dell’Indiana mi ha messo di buonumore! Quasi quasi ho nostalgia di casa… Chi me l’ha fatto fare di diventare un medico?! Malattia, morte… non facevo meglio a restarmene in campagna a mungere mucche?


A questo pensiero sorrido fra me e me, mentre continuo a trotterellare verso gli ascensori. A un certo punto, però, ho la sensazione di essere tallonata da qualcuno. Senza fermarmi, piego leggermente la testa di lato: nah, forse mi sbaglio, non c’è nessuno che mi segue. Giro l’angolo e imbocco il corridoio che mi porta verso gli ascensori: di nuovo, però, avverto quella sensazione. Stavolta riesco a sentirlo distintamente: ci sono dei passi alle mie spalle che ricalcano i miei. Mi fermo all’istante e giro su me stessa: di fronte a me, un pivellino in camice corto, un tirocinante. “Che hai da seguirmi?”, chiedo a muso duro.

“L- lei è la Dott- Dottoressa Julian?”, balbetta.

“Sì, sono io. Che vuoi?”

Il ragazzo mi allunga, con mano tremante, un bigliettino ripiegato.

“Che roba è?”

“E’ p- per lei.”

“Chi te l’ha dato??”, chiedo strappandogli il foglietto di mano.

Lui, pallido come un lenzuolo, scuote leggermente la testa, poi si volta e scappa via. Mi gratto la testa: ma che cavolo sta succendendo? Guardo il bigliettino, me lo giro e rigiro fra le mani. Che faccio? Vinta dalla curiosità, lo apro, me lo avvicino agli occhi e cerco di decifrare una calligrafia piccola e stretta: ‘Vai in sala suture. Subito. Non parlare con nessuno o te ne pentirai.’ Deglutisco e, muovendomi il meno possibile, mi guardo intorno. Di chi è questo messaggio? Cosa c’è in sala suture, un maniaco criminale?? E perché ha chiamato proprio me?? Il battito del mio cuore inizia ad accelerare. Cerco di mantenere la calma e rileggo il biglietto, per accertarmi di aver capito bene: ‘Vai in sala suture. Subito. Non parlare con nessuno o te ne pentirai.’ Un brivido di terrore mi sale lungo la schiena. Non devo chiedere aiuto, devo far finta di niente… E’ un maniaco, un pazzo: fuggito dal reparto psichiatrico? Traggo un profondo respiro e inizio a muovermi lentamente in direzione della sala suture. Tengo lo sguardo dritto, fisso davanti a me, cercando di non attirare attenzione. Intorno a me dottori, infermieri e pazienti si muovono e agiscono come se niente fosse, mentre io mi sento come dentro a un film del terrore: solo che non è un film! Davanti alla porta d’ingresso del Pronto Soccorso vedo la guardia giurata: senza smettere di camminare inizio a fissarlo, sperando che si volti verso di me e legga nel mio sguardo un messaggio di aiuto. Guardami, ti prego, guardami!! Niente da fare: viene distratto da un paziente e si volta dalla parte opposta. Maledizione!! Giro l’ultimo angolo: adesso non ho più vie di uscita, la sala suture è laggiù, in fondo al corridodio. I battiti del mio cuore accelerano, il sangue mi pulsa forte fin nelle orecchie. Se è armato non ho speranze, ma se avesse un piccolo coltello, o magari solo un taglierino... E se avesse rubato un bisturi?!

 

Eccomi qua, faccia a faccia col pericolo. Se mi dovesse succedere qualcosa di grave, chiamerebbero mia madre? E lei verrebbe? Chissà… Faccio un grosso respiro e mi faccio coraggio: Nicole Julian, hai affrontato momenti ben peggiori: ce la puoi fare anche stavolta. Ce la posso fare, ce la posso fare, ce la posso… Mentre recito questo mantra dentro di me, appoggio la mano sul pomello della porta e… uno, due, TRE!! Spalanco l’anta ed entro nella sala, immersa nella semioscurità: non vedo nessuno. Faccio un altro passo in avanti, tenendo la porta con la mano dietro di me, pronta a fuggire. All’improvviso avverto qualcosa o qualcuno alle mie spalle, sento che stanno spingendo la porta per chiuderla. Cerco di opporre resistenza, ma l’anta mi scivola di mano e la porta si chiude. Smetto per un attimo di respirare: ci siamo. Avrà una pistola? Un coltello? Non oso voltarmi. Stringo forte i pugni, pronta a lottare. Il mio cuore pompa a mille: se la dovrà vedere con la mia furia cieca. Oddio, ECCOLO!!! Mi sento sfiorare i capelli. A quel punto ho deciso: mi giro e lo stendo! Un millisecondo dopo, con un gesto veloce la persona dietro di me mi avvolge un nastro intorno agli occhi. Oh cazzo, non vedo più niente!! Sento il suo respiro dietro di me. Sento che si avvicina, sento il suo alito caldo sulla nuca: cazzo, cazzo, questo è un maniaco!!

“LASCIAMI, BASTARDOOO!!!”, grido girando su me stessa e dimenando in aria le braccia per difendermi. “IO TI AMMAZZ—”

“Non parlare.”

Mi blocco e resto un attimo incerta: è una voce femminile, e mi sembra anche conosciuta… Istivamente porto le mani alla testa per togliermi la benda dagli occhi.

“Ferma.”

“Chi sei?”, chiedo.

Silenzio. Sento delle dita sottili che mi risistemano il nastro sugli occhi.

“Jane?!”

“Non parlare ho detto.”

Non ci posso credere: è proprio lei! In un attimo rilascio tutta la tensione del precedente minuto e mezzo di terrore e comincio a respirare normalmente. Sento le sue mani appoggiarsi sulle mie spalle.

“Jane, che cosa—”

“Levati il camice.”

“Eh?” Non credo alle mie orecchie.

Jane inizia a togliermi il camice, sfilandomelo dalle spalle. Sento il lieve rumore del tessuto che cade sul pavimento. Deglutisco. Adesso sento il suo alito sul viso, e le sue labbra poggiarsi sulle mie. Resto immobile mentre lei mi sfiora il viso con le dita e mi accarezza il collo con le labbra. Inizio a provare piacere e rispondo al suo bacio. Poi sollevo le braccia e le accarezzo la schiena, dalle scapole in giù, fino al bacino. Jane si avvicina ancora, e in un attimo i nostri corpi premono l’uno contro l’altro.

 

*** Una settimana dopo, in una sala di Radiologia con le tende abbassate ***

 

“Sì… così…”

“Mmh…”

“Un po’ più giù.”

“Non muoverti.”

“Ancora più giù.”

“Mmh…”

“Ecco!”

“Rimani ferma così.”

“Sei eccezionale, Jane…”

“Così?”

“Mmh… sì, continua…”

“Tu non ti muovere.”

…bzzzBBZZZbzzzBBZZZ…

“Oh, no!”

“Che cos’è?”

“E’ il mio cercapersone, cazzo.”

“Ferma! Non rispondere.”

…bzzzBBZZZbzzzBBZZZ…

“Ma devo vedere chi—”

“Non rispondere, ho detto. Lascialo squillare.”

“Jane…”

…bzzzBBZZZbzzzBBZZZ…

“Potremmo usarlo, sai.”

 “Cosa?”

“Il cercapersone.”

“Che!?”

“Senti come vibra… Proviamo.”

“JANE!!”

“Se io lo metto…”

“Non ci provare!”, esclamo staccandomi da lei. “Sei matta?! Un cercapersone come… Tu.. tu sei malata!!”

Jane accenna a un mezzo sorriso, riesco a vederle persino qualche dente.

“Ma allora anche tu sai sorridere, ragazza…”, commento risistemandomi i vestiti. “Adesso però devo proprio andare”, concludo infilandomi il camice bianco.

Jane riacquista la sua espressione indecifrabile e allunga le braccia verso di me. Mi prende per i baveri del camice e mi tira a sé. “Tu non vai da nessuna parte.”

“Jane, ti prego…”

…bzzzBBZZZbzzzBBZZZ…

“Lo senti? Ha ricominciato a vibrare.”

Alzo gli occhi al cielo. Non c’è verso dirle di no. Afferro il cercapersone, lo stacco dal cinturino e lo avvicino al corpo di Jane. Vediamo se ora è contenta…

 

Dieci minuti dopo sto correndo per i corridoi di Chirurgia in cerca di Dubenko, la chiamata era sua. Finalmente lo vedo, al di là della porta della sala preoperatoria. Girato di schiena, si sta togliendo il camice sterile. Faccio un profondo respiro, premo contro la porta ed entro.

“Mi cercavi, Lucien?”, chiedo.

Senza voltarsi, finisce di sfilarsi il camice e si toglie la cuffietta.

“Lucien?”

Vedo che drizza la schiena e resta immobile per qualche secondo. Poi accartoccia con forza la cuffietta e la getta nel cestino. Immediatamente dopo si volta verso di me. “Ti ho chiamata venti minuti fa.” Detto questo, mi passa davanti senza degnarmi di uno sguardo ed esce in corridoio.

Scuoto la testa maledicendomi e gli vado dietro. Non è facile però: Lucien sgambetta veloce verso l’accettazione.

“Lucien!”, provo a chiamarlo, ma lui prosegue dritto per la sua strada fermandosi solo davanti al bancone, dove ci sono l’infermiera Shirley, la Corday e il dott. Schreiber. Dubenko prende una cartella da Shirley, firma, restituisce la cartella e finalmente si volta verso di me alzando il mento come in attesa di una mia parola.

“Scusami, Lucien, ero bloccata in Radiologia…” – non mi viene in mente una scusa migliore.

“Per venti minuti? E non è la prima volta”, replica freddamente. Sento gli occhi di tutti – Shirley, Schreiber e la Corday – fissi su di me. “Quando ti chiamo”, aggiunge Lucien dopo qualche secondo di silenzio, “devi arrivare all’istante. Devi vo-la-re.”

Deglutisco e cerco di mantenere la calma. “Lucien, ho sbagliato, mi dispiace.”

“Non ti devi dispiacere, Nicole. Devi essere puntuale. Shirley”, si rivolge poi all’infermiera, “per favore, di’ a Fitzgerald che si prepari per la tiroidectomia. Voglio che sia lui ad assistermi.”

Non credo alle mie orecchie: dovevo esserci io a quell’intervento! “Lucien”, mi intrometto, “per la tiroidectomia avevamo deciso che—”

“Puoi andare, Nicole, non ho più bisogno di te”, mi interrompe. Non ho mai visto Lucien così arrabbiato, mi fa quasi paura.

Raccolgo tutto il mio coraggio. “Lu… Dottor Dubenko, io…”

“Ho detto vai!”, replica alzando il tono della voce come raramente gli ho sentito fare.

Abbasso lo sguardo e fisso il pavimento. Sento ancora gli occhi di tutti su di me. Di tutti tranne che quello di Lucien: si è voltato di nuovo, non vuole nemmeno guardarmi in faccia. E’ stanco di me, l’ho deluso. Lacrime di rabbia iniziano a velarmi gli occhi. Infilo le mani in tasca, stringo forte i pugni e me ne vado. Dove, non lo so.

 

*** il giorno dopo ***

 

Arrivo in ospedale un’ora prima del mio turno. Sono incazzata, incazzata nera con me stessa. Ho fatto arrabbiare Lucien, l’ho deluso… Cazzo, venti minuti di ritardo: stavolta ho proprio esagerato… Rimuginando a testa bassa vado a sistemare la mia roba negli armadietti, mi metto addosso il camice bianco e lo stetoscopio al collo. Esco in corridodio e vado in accettazione: mi ripasso ben bene tutti i pazienti che sono in reparto, pre e post-operatorio, e tutti gli interventi programmati per oggi. C’è anche il mio: Ore 14.00 – Paziente: Mr Murphy – Intervento: Resezione duodenale. – Sala: B. – Esegue: Dr Dubenko. Assiste: Dr Julian. Bene, oggi avrò finalmente la possibilità di rifarmi!

 

Esco fuori a mangiare un boccone ma faccio in fretta, alle due ho l’intervento! Arrivo al quarto piano e mi imbatto in Schreiber.

“Ciao Phil, come butta?”

“Bene, bene… Scusami, Julian, ma vado di fretta: mi aspetta una resezione duodenale!”

Lo blocco tenendolo per la manica del camice. “Aspetta: anche tu? Ma come… Io ho Murphy con una resezione duodenale alle due…”

“Ehm… n- no, Murphy… Murphy ce l’ho io.”

“Ti sbagli, Phil! Vieni a vedere…”, esclamo sicura trascinandolo davanti al tabellone appeso in accettazione. “Vedi: Ore: 14.00 – Paziente: Mr Murphy – Intervento …” Non credo ai miei occhi: il mio nome è stato cancellato e sostituito da quello di Schreiber.

“Mi spiace”, fa lui con un’alzata di spalle prima di salutarmi ed avviarsi svelto verso la sala operatoria.

Serro forte la mascella e stringo il pugno destro. Adesso basta: ne ho abbastanza! Come una furia, a passi decisi galoppo verso l’ufficio di Dubenko. Lo vedo uscire dalla sua stanza. Gli vado incontro.

“Lucien, cosa significa tutto questo?”

Lui si ferma, sistemandosi l’orologio al polso, e mi guarda con aria indifferente.

“Murphy: resezione duodenale: dovevo assisterti io!”, esclamo.

“Lo farà Schreiber”, risponde impassibile iniziando a camminare.

“Aspetta! Perché? Perché Schreiber e non io??”

Lucien non si ferma. “Non ho tempo di discutere, adesso”, afferma spostando leggermente la testa all’indietro.

“Lucien!!”, grido.

A quel punto si ferma e si volta lentamente: “C’è una lista infinita di consulti da sbrigare in Pronto Soccorso, Nicole: occupati di quelli.”

“Consulti?!”, esclamo allargando le braccia. “Un anziano di centonove anni che lamenta dolori alla schiena!! Chiamiamo uno specialista!!”

Lucien mi ignora completamente. “Scusa, ma devo andare”, conclude prima di voltarsi di nuovo e andarsene.

“Perché fai così?!”, gli grido dietro. “Perché?!” Lo seguo con lo sguardo mentre scompare dietro l’angolo. “Sai che ti dico!?”, continuo a sbraitare in mezzo al corridoio. “Vaffanculo!! Hai capito?! VAF-FAN-CU-LO!!!” In quel momento alla mia sinistra compare un’infermiera, piccola e minuta, che mi guarda spaurita. “Sì!! Fanculo!! Fanculo anche a te!!!”, le grido in faccia prima di sferrare un violento calcio al bidone dei rifiuti e andarmene furiosa verso il bagno delle donne.

 

*** due ore dopo, al Pronto Soccorso ***

 

Mi metto le mani sugli occhi e scuoto la testa. “Perché mi hai fatto venire giù per una stupidaggine simile?!”, grido all’indirizzo di un borsista del primo anno, uno sbarbatello. “No, che non dev’essere operato!! Ci voleva tanto a fargli un’ecografia?!”

“Che succede?”, chiede Kovac venendoci vicino.

“Ah, lascia stare”, esclamo. “Anzi, una domanda: ma voi dove andate a prenderli i vostri borsisti, al mercatino della domenica??”

“Se c’è qualche problema, parla”, insiste appoggiando le mani sui fianchi.

Scuoto la tesa. “Nessun problema, capo, nessun problema”, rispondo sconfortata, prima di avviarmi a testa bassa verso le scale.

Appena girato l’angolo, però, mi trovo davanti Jane. “Ehi!”

“Ehi.”

“E’ da ieri che non ti vedo.”

“Lo so.”

“La stanza di Radiologia è libera.”

Scuoto la testa. “No, Jane, non è il caso.”

“No? Facciamo in sala suture?”

“Jane, ti prego…”

“Eddai”, insiste afferandomi il camice. “Cinque minuti.”

Scuoto la testa.

“Cinque minuti di numero! Dai, inizio il conto alla rovescia del primo: sessanta, cinquantanove, cinquantotto, cinquantasette…”, continua così mentre, a ogni numero, mi spinge un passo indietro verso il fondo del corridodio. “…cinquantuno, cinquanta. Quarantanove…”

“Ti ho detto di no!”, esclamo.

Jane si ferma un attimo, poi continua il suo conto alla rovescia, ignorando le mie proteste. “Quarantotto, quarantas—”

“Basta, ho detto!!”, grido di nuovo, stavolta scrollandomela di dosso. “Devo lavorare, non posso perdere tempo così, hai capito?!”

Vedo un’ombra scura passare sugli occhi di Jane. “Perdere tempo…”, ripete.

Faccio una smorfia di disappunto. “No, Jane, non volevo—”

“No, ho capito.”

“Jane, scusami, davvero, non volevo dire…”

“Non importa, ho capito”, ripete facendo qualche passo all’indietro.

“Jane…”, mugolo allungando un braccio verso di lei. Ma Jane si volta e se ne va, lasciandomi da sola in mezzo al corridoio.

 

*** qualche giorno dopo, nel salottino di Chirurgia ***

 

“Ehi, Nicole! Sei ancora qui?”, chiede Lucien affacciandosi sulla porta.

Mi stropiccio gli occhi e guardo l’orologio: le dieci meno un quarto. “Sì”, rispondo, “voglio finire di mettere in ordine queste cartelle...”

Lucien aggrotta le sopracciglia e fa un passo dentro la stanza buia. L’unica luce è quella che illumina le mie scartoffie sul tavolo del salottino. “Devi proprio finirlo ora questo lavoro? Perché non esci, è tardi.”

“No, ora ho da fare.”

“Ascolta, Nic”, fa Lucien piegandosi verso di me, “lo so che ti ho dato una bella strigliata l’altro giorno, ma volevo solo farti capire che devi essere attenta e puntuale, non ti voglio obbligare a stare ventiquattr’ore su ventiquattro in ospedale! Sono due settimane che a casa non ti vediamo!”

Sospiro nervosamente. “Lo so, lo so... insomma, io voglio finire lo stesso, capito?”, concludo rimettendomi a scartabellare.

“OK, ma lasciami dire una cosa: ti sei vista allo specchio ultimamente? Sei un cencio! Fammi un favore: prenditi un po’ di tempo, esci fuori, hai bisogno di distrarti! Perché non... perché non esci con… con quella Jane?”

Alzo la testa e lo guardo negli occhi: “Io e Jane non stiamo più insieme.”

“Oh, mi dispiace… Nic, io… io non lo sapevo... scusa.”

“Non c’è motivo di scusarsi”, ribatto. Senza aggiungere altro, prendo la penna in mano e comincio a scribacchiare appunti sul mio blocco a quadretti.

“Be’, allora… se hai deciso così, buonanotte”, dice sottovoce Lucien prima di avviarsi verso la porta. “Ma non fare troppo tardi, d’accordo?”

Annuisco leggermente con un cenno della testa.

Dopo neanche un minuto, sento un lieve toc toc sullo stipite della porta. C’è Lucien di nuovo sulla soglia. “Sai cosa, Nic”, inizia alzando gli occhi al soffitto, “avrei proprio voglia di farmi una birra stasera, ma… non mi va di bere da solo! Tu troveresti sconveniente uscire per una bevuta veloce insieme al tuo capo?”, chiede sorridendo.

Non posso fare a meno di sorridere anch’io. “No. Per niente. Dammi solo un minuto.”

Lucien annuisce: “Ti aspetto fuori.”

 

*** Ike Ryan’s ***

 

“Mi dispiace per Jane, sai”, commenta Lucien sorseggiando la sua seconda birra. “Mi sembrava una brava ragazza.”

“Sì, insomma…”, replico io girandomi tra le mani la mia prima bottiglia ancora mezza piena. “Brava, sì, ma un po’ strana.”

“Strana? Come mai?”

Ripenso alla storia della benda, del cercapersone… e anche a tutte le altre! “Ehm… insomma, sai… in quel senso lì… ha dei gusti un po’… eccentrici!”

Lucien annuisce e butta giù un altro sorso. Secondo me non ha capito.

“Non è facile per noi chirurghi, non è facile…”, borbotta tra sé e sé. A mio modesto parere è già mezzo brillo… Ma è possibile che non riesca a reggere un paio di birre?? “Noi chirurghi”, aggiunge, “non siamo capaci di avere una vita sociale normale, vero? Perché?”

Faccio spallucce. “Non lo so, però hai ragione: da quando ho iniziato la Scuola di Medicina non ho avuto una relazione decente! Ma anche, per dire, con Tammy: lei mi piaceva davvero, le volevo bene… ma quando ero qui in ospedale, a lavorare, non ci pensavo, non… io non avevo bisogno di lei!”

Lucien annuisce e, con un lungo sorso, finisce la sua seconda bottiglia. 

“Ti dirò, Lucien, non vorrei esagerare”, proseguo, “ma Tammy era quasi… quasi un passatempo, ecco!”

Lucien mi guarda strano, poi si schiarisce la voce: “Jane mi sembra notevole come passatempo!”, esclama. Io lo fulmino con lo sguardo, lui si scusa e inizia a ridacchiare come uno scemo. Eh sì, avevo proprio ragione: è sbronzo.

“Sì, un passatempo notevole…”, rispondo infine appoggiando la mia bottiglia ancora mezza piena in mezzo al tavolo. Lucien si allunga e la indica: “Posso?”

Annuisco e spingo la bottiglia con la punta delle dita verso di lui: la prende, butta giù un lungo sorso, e quando la riappoggia sul tavolo è quasi vuota.

 

“Mi ricordo l’ultima telefonata che Katherine mi fece in ospedale”, inizia a raccontare all’improvviso, “ero in sala preoperatoria, mi stavo preparando per un intervento importante a cui il Primario mi aveva chiesto di assistere… in quel periodo stavo terminando la specializzazione in Traumatologia, mi mancava poco, ce l’avevo quasi fatta… quello era un intervento delicatissimo e raro, non capita tutti i giorni di avere per le mani un caso del genere: frattura segmentale della clavicola associata a frattura della coracoide… c’era stata un’accesa discussione, in sala emergenze, se la paziente dovesse essere operata o no… alla fine poi fu deciso di intervenire stabilizzando la clavicola distale con un cerchiaggio e chiodi da due millimetri, e bloccando la frattura con una placca di 3 millimetri e mezzo...”

Cazzo, si ricorda tutto, persino i millimetri dei chiodi e delle placche!! Dubenko è un mostro!!

“E proprio quel giorno, proprio mentre mi stavo preparando, lei mi chiamò. Non era la prima volta, sai, ce n’erano state tante altre… quell’anno, l’anno in cui nacque Mika, lei mi chiamava spesso, mi chiedeva se tornavo, quanto mancava, quando sarei uscito… mi diceva che aveva bisogno di me, che Mika aveva bisogno di me… e ogni volta le dovevo dire di no, che non potevo lasciare un intervento a metà, che dovevo rispondere a un’emergenza in Pronto Soccorso…”

Lo lascio sfogare, e penso a quanto è strano sentirlo parlare di sé in questo modo. Non parla spesso del suo passato, rimane sempre sul vago ed evita i dettagli, mentre adesso…  

“E mi ha chiamato anche quella sera… perché proprio quella sera? Perché??”

Per un attimo si ferma e mi guarda, in cerca di una risposta che io non so dargli.

“Non puoi capire, Nic… non puoi capire ciò che si prova a sentire tua moglie al telefono che ti supplica di tornare a casa perché ha bisogno di te, e dover dire di no, non posso, non è il momento… sentire tuo figlio di diciotto mesi che piange in sottofondo e dover riattaccare il telefono…”

Non so cosa dire: mi sento una merda, i miei stupidi problemi con Jane non sono niente in confronto a quello che ha dovuto passare lui…

“Quella fu l’ultima telefonata che mi fece”, conclude guardandomi dritto negli occhi. “Il giorno dopo avevo le carte del divorzio in mano.”

A quel punto Lucien, forse non ricordandosi che era la mia bottiglia, finisce la birra con un ultimo lungo sorso. Appoggio la schiena sulla spalliera della sedia e penso: è stato così doloroso per lui, eppure chissà se, tornando indietro, non rifarebbe le stesse scelte…

Alzo gli occhi quando sento un singhiozzo provenire dalla parte di Lucien.

“Penso di aver bevuto troppo…”, fa lui coprendosi la bocca con la mano.

“Uno, due, tre…”, — conto le bottiglie che ormai sono tutte dal suo lato del tavolo. “Sono tre, Lucien, tre: non cento! Non sei un gran bevitore, lo sai?”

“Lo so”, risponde Lucien fra un singhiozzo e l’altro. “Vuoi guidare tu?” chiede poi allungando le chiavi dell’auto verso di me.

“Più che volentieri!”, esclamo. “Adoro guidare il tuo transatlantico!”




 

martedì, 10 giugno 2008

postato da kovac | commenti (1)

Ritono in accettazione, camminando con la testa bassa e lo sguardo fisso sulla cartella che sto finendo di compilare.
“luka!” mi richiama sam
“si?”alzo la testa
“non hai segnato nulla sulla rooney, la anziana nella quattro…”
“ahm, si, hai ragione!” dico con aria stanca andando alla lavagna e scrivendo nella terza cartella diverse sigle
“migliora?”
“lentamente, mi fai una cortesia, le dai 50mg di solumedrol? Io ho bisogno di un caffè!”
“ma che hai fatto?sono le dieci del mattino e sembri uno straccio!”
annuisco
“leeroy questa notte non ha chuso occhio e visto che abby era distrutta alla fine ho girato con lui sulla spalla per tutta casa!”
“mmm…meno male che il moi è cresciuto!”
“si, hai ragione!”
“vado dalla rooney”
“grazie” le dico poi mi rivolgo a jerry “io…”
“se vuole, per dopo il caffè, c’è libera la salasuture…magari un riposino…”
“ehm…non fa niente, mi fermo per qualche minuto in salottino!” sorrido e vado.
Entrando noto che per fortuna non c’è nessuno, grazie al cielo! La brocca del caffè è piena e tiepida, afferro una tazza dal mobile e la riempio. Ne sorseggio un paio di lunghi sorsi e poi serro le veneziane per oscurare il sole pallido che entra nella stanza.
Mi siedo lentemente sul divano con la tazza poggiata sul bracciolo…ma dopo poco mi ritrovo con gli occhi chiusi…a dromire…
 
John entra
“luka!” mi richiama
“mmm” rispondo senza schiudere gli occhi
“andiamo, servi nella due!”
“mmm mmm”
Qualche secondo di silenzio, poi la porta si riapre
“luka!!”
“eh?” schiudo la bocca continando a dormire
“nella due, emergenza!”
“arrivo…” dico, ma invece di alzarmi, mi sistemo meglio e allungo i piedi sul tavolino di fronte.
La porta si apre e il suono di una tromba da stadio mi fa saltare!!
John scappa ridendo, metto la faccia nelle mani stordito e barcollante mi alzo.
Ritorno in accettazione con aria tremendamente distrutta chiedendo dell’emergenza, ma tutti ridacchiano sotto i baffi…
“non c’è nessuna emergeza!” scherza Jerry
“come?!” dico quasi arrabbiato
“e dai era per farti alzare!! Hai dormito tre ore e un quarto!!”
“chi è stato?!” domando prendendo una cartella qualsiasi
“io no…” fa jerry
“io no…” risponde sam al mio sguardo
“non c’entro!” fa chuny filando via
“john!” lo richiamo mentre scrive sulla lavagna
“sei stato tu, vero?bè te la farò pagare!!” dico prima di andarmene
 
“mi chiamate chirurgia per favore?!” domando a gran voce mentre la saturazione del mio paziente in emergenza diminuisce velocemente
“emochiu otto punto sette!” fa aly
“un’emorraggia!dove sei?” faccio passando l’ecografo su tutto l’addome
Entra Nicole
“salve gente, eccomi al vostro servizio!” fa
“maschio, sette anni, non ridere, quelli là fuori sono i genitori!” dico polemicamente
“non stavo ridendo!cos’è siamo sull’acido spinto!” mi riprende
“il figlio non l’ha fatto dormire!” dice aly
“bè non è un mio problema!!” ribatte lei “perché mi avete chiamato?”
“ micro emorraggia addominale con emochiu a otto e sette!”
“bè non vi servivo, potevate aprire e cauterizzare! Ma visto che mi avete fatto scendere, tanto vale salire!”
 
Cancello nervosamente i dati di un paziente appena dimesso dalla lavagna, john mi viene dietro e mi da una pacca sualla schiena
“dai andiamo che ti offro un caffè per prima!” sorride
“non è che mi hai fatto arrabbiare, ma dico con una tromba da stadio?!?!sono rimasto storidito per un quarto d’ora!”
“e dai, era la terza volta che ti chiamavo!”
“facciamo così, la prossima volta ti sveglio con una secchiata d’acqua!!”
“ok ci sto!”
Usciamo fuori, il tempo di andare da jumbo mart, prendere due caffè doppi con panna e tornare nel parcheggio ambulanze che Malik ci si para davanti esaltato.
“ehi!ehi!avete sentito del torneo di baseball degli ospedali?!?”
“che?” dico
“è stato organizzato un torneo a quattro partite per squadra in una sera e eliminazione diretta contro gli altri ospedali. Se riusciamo a fare una squadra di almeno dodici elementi misti possiamo partecipare e costa solo dieci dollari!!!”
“chi c’è fino ad ora?” domanda john
“io, jerry, nicole e dubenko di chirurgia, Franklin di radiologia, marshall di pediatria e voi?”
“si ci sto!” fa john tirando fuori i dieci dollari “tu luka?” mi domanda
Scrollo le spalle
“ehm non lo so, non ho le attrezzature…e poi devo vedere con abby…”
“oh figurati!!le farà piacere, perché no?!”
“non lo so!”
“e dai!!”
“di certo non gioca!”
“ok!!” fa malik segnando i nostri nomi sulla sua lista “e tranquillo oer le attrezzature e campo sono comprese nel prezzo!” sorride prima di andarsene di corsa.
 
Arriviamo al campo cittadino di baseball insieme a john e la sua famiglia… Leeroy dorme nel suo passeggino, mentre le gemelle fremono nel loro biposto per scendere e Ella stringe la mano della madre…
“ma chi sono quelli?!” dico sorpreso nel vedere una squadretta in classica tenuta da baseball rossa e bianca che si riscalda
“e chi li ha mai visti!! Ma tu guardali come tirano!! Questi ci battono!! Noi non abbiamo neanche le tute!!”
“perché no?! Infondo delle tute le avete!!” scherza lizzie
“già!!vi fanno quei culetti così….”
“ehi!!”recriominiamo noi baldi uomini che spingiamo i passeggini ma poi scoppiamo a ridere insieme a loro
Ci avviciniamo alla panchina riservata al county dove malik jerry nicole e gli altri si stanno provando delle tute. Abby e lizzie con i bambini vanno in tribuna.
“ehi! Provatevi queste!!” ci lanciano un paio di pantaloni e una casacca a testa
“si sono anche i cappellini!!!” fa jerry divertito
Comicniamo a vestirci
“chi sono quelli?” domando
“chi?”
“quelli che, al contrario di noi, sanno giocare!”
“tranquillo!!” ride malik “noi abbiamo un asoo che loro non hanno!!”
“chi?!?” chiediamo stupiti mentre ci sistemiamo i vestiti
“ciao a tutti!” sbuca Lucien Dubenko da dietro la panchina nella sua divisa di baseball originale e personale, panna e color seraldo con calzettoni verdi, vecchi scarpini di pelle tutti raggrinziti, con la scritta sul petto Stars Boy, le maniche tirate su fino ai gomiti…e in mano una mazzapersonalizzata…
“oh!oh! e quella?!” fa John
“ah questa?”sorride “niente di chè!è la tuta della squadra del liceo!”
“non sei cresciuto per niete!!” noto
“in realtà un po’ si, sai, noi uomini cresciamo tardi! Non ci sarebbe motivo altrimenti di portare le maniche così sopra e i calzini fuori!” sorride
“in che ruolo giocavi?”
“ultimo battitore, così facevo il meno possibile!”
“non credevo che giocassi a baseball o qualsiasi cosa che non fosse studiare!”
“eh….ogni tanto tocca fare qualcosa di sgradevole!allora ci riscaldiamo un po’?quei tipi sanno battere abbastanza bene!”
“già!” faccio
“cosa che non sappiamo fare noi!!” riprende john
“bè, voi colpite la palla e correte in base, il resto viene da sé!!”
“si, quando tocca a noi!” fa jerry
“sai che risate quando non siamo alla battuta!!!” ci schernisce Malik
“ah, tranquillo, lì basta che la palla la prendi e la lanci a chi sta più vicino al giocatore che corre in base, semplice!”
“sei un esperto!” fa jerry mentre usciamo dalla panchina
“non tanto!”
“guardalo, ha anche la mazza tutta sua!!” dico
“già!di pura quercia!!”
“addirittura?!”
Andiamo alla postazione riscaldamento e facciamo qualche tiro e qualche battuta…
Mi giro a cercare abby tra i pochi tifosi e per poco non mi prendo una palla in faccia!!
 
La paritita sta per iniziare e davanti la panchina decidiamo chi va in campo…lucien si defila..
“no grazie, io entro più in là…siete in tanti divertitevi un po’ voi, poi quando serve entro anche io!!”
“sei sicuro?!” faccio io
“ma infondo non siamo esperti, faremo una figuaraccia!!se sai giocare, infonodo, gioca!!!”
“oh tranuiqlli!!!non c’è bisogno!!” si mette comodo in panchina
“ma ray?!qualcuno ha visto ray?!” fa jerry
Ci guardiamo intorno…manca solo lui!
Dagli altoparlanti viene diffuso l’invito di entrare in campo… a passo normale entriamo e ci disponiamo alla battuta…
Quelli dell’altra squadra ci fissano in modo mostruoso
“questi ci spezzano le gambe!” commento
“ma dove diavolo è ray?!”
“ehi!! Arrivo!!!” dice correndo al di fuori dalla recinzione correndo verso di noi ma lucien lo ferma e gli da una maglietta, se la infila correndo e ci raggiunge…
Salutiamo il pubblico e ritorniamo in panchina…
“chi batte per primo?!” chiede ray col fiatone
“sei carico, vai tu no?!”
“ok!!” agguanta uin amzza e va sulla base della battuta.
“il county alla battuta, il giocatore del mercy carica, aspetta il via a…tira!!”
La pallina di cuoio bianca taglia l’aria velocemente e ray manca la palla
“strike uno!!” strilla l’arbitro
Il pubblico esulta e ci incita il ricevitore restituisce la palla al battitore… quello ricarica e tira di nuovo.
 Questa volta ray prende la palla mandandola tutta a sinistra e comicnia a correre verso la prima base tenendosi la mazza salda in mano
“butta la mazza!! La mazza!!!” gli strilliamo dalla panchina mentre i giocatori avversari si passano la palla
“scivola!!!!!!!” strilla lucien sorprendendoci tutti
Ray scivola e per un pelo guadagna la prima base
Alla battuta va poi marshall, manca il primo, manca il secondo, prende finalmente il terzo facendo fare alla palla una pericolosa campana e comincia a correre in prima base mentre ray, sporco di terra guadagna la seconda base.
“vai nicole!!tocca a te!!!” fa lucien dandole una pacca sulla spalla
Nicole esce dalla panchina e va in direzione della postazione di battuta roteando nell’aria una mazza nera molto leggera…si mette in posizione, fa l’aria cattiva, sfida il battitore.
Lui tira, lei ferma la palla senza darle troppa forza facendola rotolare sll’erba e costingendo il battitore a correre nella sua direzione. Lei corre. Lui corre. Lei scivola sulla base mentre quello tira.
“out!!!!!” strilla l’arbitro
“noo!!!” imprechiamo in panchina mentre lei torna corricchiando con aria mesta.
“ancora il county alla battuta”
Esce franklin di radiologia con aria tremendamente si cura di se, si sistema il caschetto, tira sul il pantalone sulla gamba destra e sputa a terra.
 Il battitore tira, lui la prende e la respinge correndo in prima basema scivola in cerca della base, ma la sua caviglia non regge la botta e fa crack!
“oh dannazione!!!” strilliamo dalla panchina mentre zoppicante torna in panchina
“c’è un medico in campo?!? Abbiamo il primo infortunato della serata!!” scherza lo speaker
Lucien fissa per un attimo il campo con le braccia incrociate.
Ray si dondola sulle gambe pronto per ripartire.
“ok, ci vediamo tra un po’!” dico uscendo dopo aver peso una mazza a caso e vado in postazione
La palla arriva, la prendo e corro in prima base guadagnandola e ray parte per la terza base, ma i giocatori del mercy sono veloci a ripassarsi la palla e torna indietro per non essere eliminato, mentre io corro e pesto il quadrato, con un gran fiatone!
“vai luka!!!!” strillano lizzie e abby dalla tribuna
“ok, chi corre abbastanza veloce?!” domanda dubenko collettivamente
“io no!” fa jerry toccandosi la pancia
“io lancio!”
“forse io” fa john
“bene!” fa lucien “Allora vai tu, così incassiamo un punto!”
“non ci giurerei!” dice john uscendo
“vai john!!picchia duro!!!” si alza e strilla lizzie
Mi scappa un sorriso divertito
John si posiziona e aspetta la palla. La prima arriva troppo bassa, la seconda troppo alta, la terza lo prende sul caschetto.
ooooo!!!!!” fa il pubblico e nel silenzio totale si sente lizzie
“john!!!sei tutto intero?!?!”
John toglie il caschetto  la saluta con la mano e avanziamo tutti di una base
“se il prossimo colpo va a segno il cpunty guadagnerà uno splendido punto!!!” dice lo speaker mentre lucien, con la sua mazza va in posizione.
“dottore, il caschetto!!” lo richiama malik
“no! Non serve!” dice girandosi mentre corre verso la casa base
“abbiamo un giocatore temibile signori, gioca senza caschetto!!” lo prende in giro lo speaker
Con la punta del piede destro fa una fossetta mentre gira il cappellino mettendo la visiera dietro, batte la mazza sul tacco sinistro e si posiziona.
Il battitore fa un sorriso beffardo poi tira una palla ad effetto.
Dubenko la prende e il suono sordo del cuoio contro il legno risuona in un urlo del pubblico che esulta
“fuoricampo signori!!fuoricampo!!!!neanche un giocatore professionista l’avrebbe mandata così lontano!!!” fa lo speaker
Meravigliati corriamo per le quattro basei guadagnando il primo punto e torniamo in panchina a festeggiare.
“ehi!!non ci avevi detto che sapevi giocare a baseball, imbroglione!!!” dico mentre ci abbracciamoe battiamo le mani
“bè, è lo smacco che ho dovuto subire per iscrivermi all’università!” sorride divertito
“cioè?” fa John
“i miei mi hanno costretto a giocare a baseball e in cambio mi hanno pagato l’università!” scrolla le spalle
“ma pensa!!!” fa john stupito
“ti sei applicato eh?!” continuo
“dai!! Dai!! In campo!! Si continua!” incita la squadra “vai nicole, inizia tu!” continua
Nicole prende la mazza e va in battuta…e la partita continua…
 
 
 

 

giovedì, 29 maggio 2008

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NOTA: Questo post di Nicole contiene, intorno a metà, un intermezzo scritto dal PdV del Dr Dubenko. Buona lettura!



> NICOLE <


“Lucien!”, grido mentre salgo le scale succhiando il mio gelato alla fragola, “Lucien, ti va un gelato? Ne sono rimasti due, uno all’arancia e l’altro al—” mi blocco non appena arrivo davanti alla porta spalancata della camera di Lucien. “Ops! Scusa…”


“Oh, no, tranquilla, Nic. Cosa dicevi?”, mi chiede Lucien mentre, a torso nudo, si guarda allo specchio che è appeso alla parete della sua stanza.


“Chiedevo se ti va un gelato. Ma… che stai facendo?”


“Che schifo…”, borobotta.


“Come dici?”, chiedo entrando.


“Guarda che roba: ma lo vedi come sono grasso?”


“Grasso?!”, esclamo. “Lucien, ma cos—”


“Guarda! Guarda!”, si lamenta mettendosi di profilo. “Sono più largo che lungo!”


“Che?!”


“Ma lo vedi che pancia!?”


Do un’altra leccata al gelato e scuoto la testa. “Sei totalmente fuori strada, Lucien! Guarda che non sei grasso, anzi!!”


Lui niente, scuote la testa e si mette le mani nei capelli. “Come sto invecchiando male…”


“Non sei affatto grasso, Lucien, e nemmeno vecchio! E quella non è pancia, sono i tuoi addominali!”, ribadisco. “Poi guarda”, proseguo appoggiandogli le mani sui fianchi, “Non hai nemmeno le maniglie dell’amore! Sei perfetto!”


“Lascia perdere”, dice scostandosi da me. “Devo assolutamente rimediare…”, mugugna rimettendosi indosso la maglietta.


Faccio spallucce e riprovo a chiedere: “Allora, il gelato lo vuoi o no?”


Lo sguardo fulminante di Lucien vale più di mille parole.


“OK. Niente gelato allora…”


 


*** qualche giorno dopo, in ospedale ***


 


“Preparami tutte le cartelle relative alla Signora Sanders, dal suo primo intervento nel 2005 fino al decesso di ieri, d’accordo?”


“D’accordo”, rispondo mentre prendo appunti in mezzo al corridoio.


“Poi accertati del decorso post-operatorio di Tanaka…”, prosegue Fizz.


“Aha…”


“E, mi raccomando, fai una visita accurata al Signor Bober, stanza 22.”


“E la Signora Hausmann?”


“Ah… No, della Signora Hausmann mi occupo io”, risponde sbrigativo Fizz.


“Ma come, il capo dei borsisti che si abbassa a fare una visita preoperatoria a un’appendicectomia?”


Fizz mi fissa incerto.


“Ti ho scoperto, Fizz! Vuoi palpare quel bendidio della Hausmann, eh?”


“Julian!!”


“Ha ha!! Che faccia!!”


“Smettila!!”


“Sai che ti dico?”, chiedo tornando seria. “La tua è una gran bella idea: la Hausmann fa impazzire anche me.”


“Eddai…”


“No, no, è vero: se scopri che è lesbica dimmelo, mi raccomando.”


“Buongiorno Nicole! Buongiorno Gene!”, ci saluta Dubenko passandoci accanto.


“Buongiorno Dottor Dubenko!” “Buongiorno, Lucien!” – rispondiamo.


“Ah, Nicole, mi faresti un piacere?”


“Certo, dimmi”, chiedo avvicinandomi di qualche passo a lui.


“Ho sentito dire che la palestra a piano terra è quasi pronta: potresti informarti di quando apre, per cortesia?”


“La palestra? Ah… certo, lo… lo faccio subito.”


“OK, grazie. Grazie mille!”, dice mentre se ne va verso le scale.


Appena Lucien è abbastanza lontano traggo un profondo sospiro ed esclamo: “Non ci posso credere: ora si è fissato e vuole andare in palestra!!”


“Si è fissato per cosa?”, chiede Fizz distrattamente mentre scribacchia su una cartella.


“Pensa di stare invecchiando ed è convinto di essere grasso!”


“Be’, in effetti non è più giovanissimo… andare in palestra gli farà altro che bene!”

“COSA!?” grido all’indirizzo di quel coglione di Gin Fizz. “Ma che fesserie dici?!?!”


“Ehi, c- calma…”, si difende alzando le mani.


“Guarda che quell’uomo è mille volte più in forma di te! Ma guardati!! Hai meno capelli in testa di mio nonno Walter, e la tua pancia è… ugh! Sembra che tu abbia una zucca di Halloween sotto il camice!!”, replico schiamazzando. “Invece Dubenko ha dei pettorali che tu nemmeno ti puoi sognare, e due mele sode come il marmo!!”, concludo con il sangue che mi è andato tutto al cervello.


“Zucca di Halloween? Ma come ti viene in mente?? E poi cos’è questa storia che devi sempre difendere Dubenko?! Tu sei solo una grande leccap—”


“Non ti provare nemmeno!!”, lo interrompo puntandogli il dito indice contro il suo naso aquilino. “Quell’uomo mi ha salvato la vita, lo sai?! Se non fosse per lui, un mese fa me ne sarei tornata in Indiana e adesso starei in una fattoria a mungere pecore! Devo ringraziare lui, e soltanto lui, se dopo la storia con Tammy non ho perso definitivamente la testa, quindi, Fizz: IO non sono una lecchina e TU hai una zucca di Halloween al posto della pancia! Tutto chiaro?!”


 


*** la settimana successiva ***


 


“Asistolia!”, grida Sam mentre entro nella sala emergenza.


“Vado col massaggio interno! Forza, le piastre!!”, esclama Morris.


“Cos’avete per me? O è troppo tardi?”, chiedo a nessuno in particolare.


“Abbiamo un battito”, annuncia una borsista che ho sempre visto in giro ma di cui non so il nome.


“Allora non mi avete fatto scendere per niente…”, commento avvicinandomi al paziente. “Di che si tratta?”, chiedo alla borsista dai lunghi capelli castani.


“Rottura dell’aorta”, mi risponde con tono inespressivo.


“Si sta dissanguando!”, aggiunge agitato Morris.


“Bene. Allora iniziamo”, dico mentre infilo una mano nel torace aperto della paziente.


“Tira fuori le mani di lì!”, esclama Morris, “Non riesco a fare il massaggio!”


“Ehi, tu”, chiedo alla borsista accanto a me ignorando completamente le grida di Morris, “Come ti chiami?”


“Jane Figler.”


“Bene, Jane: dammi quell’elastico che hai nei capelli.”


Lei mi fissa senza muoversi.


“Sì, il tuo elastico!”


Senza battere ciglio, Jane lo sfila via, disfacendo la sua coda di cavallo, e me lo passa.


 


“Cos’hai intenzione di fare?!”, chiede Morris."


Allargo l’elastico tra le dita e mi faccio un po’ di spazio nel torace aperto del paziente.


“Dottoressa, non è sterile”, afferma la Figler in tono quasi preoccupato.


“Le verrà un’infezione!!”, esclama Sam.


“Fermati! E’ una mia paziente, non te lo permetto!!" strilla Morris.


Senza dare ascolto a nessuno, con un gesto veloce tiro l’aorta, la piego nel punto della lacerazione e la strizzo con l’elastico. Fatto questo, “L’importante è farla arrivare in Chirurgia, le infezioni si possono curare”, dico con noncuranza. Poi tolgo i freni alla lettiga ed esclamo: “Morris, tu continua a fare il massaggio. Sam, chiama Chirurgia e di’ che preparino una sala con sistema circolatorio esterno! Andiamo!” Infine mi rivolgo alla Figler: “Ottimo lavoro.” Poi, sulla soglia della porta, le lancio un ultimo sguardo d’intesa. Lei mi fissa con quell’aria indifferente che la contraddistingue e io mi sento particolarmente eccitata.


Durante la salita in ascensore non riesco a non pensare a lei: ha un modo di fare così particolare… è una tipa un po’ stramba, ma molto interessante… Chissà se è lesbica? Speriamo almeno sia bisex!


Arrivati al quarto piano, usciamo rapidamente in corridoio. Ci vengono incontro Fitz e l’infermiera Shirley.


“Ho capito bene? Un laccio per i capelli?!”, sono le prime parole di Gin Fizz.


“Era l’unico modo per frenare l’emorragia. A quest’ora sarebbe all’altro mondo”, commento ignorando lo sguardo di disapprovazione di Shirley. “Adesso è tutta tua!”, esclamo beffarda all’indirizzo di Fitz che se la sta portando via verso la sala operatoria. Gli faccio ‘ciao ciao’ con la mano e scoppio a ridere. Poi però ci ripenso: chissà, forse stavolta ho esagerato… All’improvviso, dalla porta delle scale mi spunta davanti agli occhi con un balzo felino il Primario di Chirurgia in persona.


“Lucien!”, esclamo.


“Oh, Nicole, buongiorno!”


“Ma… che… che cos’hai fatto? Sei tutto sudato…”


“Sono stato finora in palestra! Che soddisfazione… Hai visto quanti liquidi ho espulso??”, chiede orgoglioso toccandosi la maglietta completamente inzuppata di sudore.


“Ehm… Che ne pensi di una doccia rinfrescante?”


“Ma è ovvio!”, esclama lui tutto contento avviandosi verso gli spogliatoi. “Qui come va? Tutto sotto controllo?”, chiede girando su se stesso mentre cammina.


“Tutto a posto”, rispondo facendogli segno di ‘OK’ con la mano, tralasciando qualsiasi possibile riferimento alla mia piccola invenzione chirurgica di pochi minuti fa.


 


***


 


Torno a casa esausta dopo un turno di 18 ore; sono le dieci e mezzo di sera e l’autobus è mezzo vuoto. Scendo dal pullman, faccio qualche passo per North Page Avenue ed entro nel vialetto di casa. Oltrepasso la porta d’ingresso facendo un grosso e rumoroso sbadiglio; a piano terra è tutto buio, chissà, forse sono tutti a letto. Vado in cucina a cercare qualcosa da mettere sotto i denti. Con la luce che proviene da fuori mi faccio strada fino al frigorifero e lo apro. Vediamo: uova, latte, yogurt, sciroppo al cioccolato, sciroppo d’acero, ketchup, mostarda, insalata, asparagi, pomodori, spinaci, bagels alla cannella, formaggio da spalmare, mozzarella, olive, emmenthal, insalata di tacchino avanzata da ieri, petti di pollo, filetti di merluzzo, tonno al naturale, arance, pesche… Uff, pieno di roba e non mi va niente! Richiudo insoddisfatta lo sportello e mi appoggio al frigo con la schiena. “ODDIO! Che ci fai qui al buio!?”, grido intravedendo Lucien seduto al tavolo della cucina. “Mi vuoi far prendere un colpo?!?”


“Scusami…”, risponde con voce sommessa.


Accendo la luce e mi siedo dall’altro lato del tavolo. “Lucien… Ehi… che c’è?”


Scuote la testa. “Niente…”


“Niente? E per niente te ne staresti tutto solo al buio ripiegato sulla sedia della cucina? Avanti, dimmi di cosa si tratta.”


Lucien mi guarda e scuote la testa.


Mi allungo appoggiando le braccia sul tavolo. “Che ti succede, Lucien? Sei stato una settimana tutto esaltato per questa storia della palestra, ti vedevo così allegro… E ora invece? Ti sono venute le tue cose?”


Scruto il viso di Lucien e vedo che abbozza un mezzo sorriso.


“Allora?”


“E’ tutto inutile, Nicole”, borbotta alzandosi in piedi.


“Tutto inutile cosa? Non capisco.”


“La palestra, il grasso, il magro… stronzate così.”


“Be’, qualche giorno fa non le consideravi stronzate!”, commento alzandomi anch’io.


Lucien fa spallucce. “Per quanto esercizio possa fare, Nicole, per quanti chili possa perdere, fra due anni ne compirò cinquanta. E questo, niente e nessuno potrà cambiarlo.”


Alzo gli occhi al cielo. “Tutto qui?? Credi di avere una crisi di mezz’età? Avanti, Lucien! Tu sei superiore a queste cagate, dai!!”


“Buonanotte, Nicole!”, taglia corto voltandosi per uscire dalla stanza.


Lo lascio passare, poi mi appoggio alla soglia e lo seguo con lo sguardo mentre sale mestamente le scale. “’Notte…”, sussurro. Poi traggo un sospiro e torno in cucina. Idea! Vado ad aprire lo sportello a sinistra della credenza e… eccola lì: una barra di cioccolato fondente con 85% puro cacao!! Mmhh…


 


> DUBENKO <


 


Salgo le scale e mi chiudo in bagno. Mi guardo allo specchio, e la prima cosa che noto sono i capelli che stanno ricrescendo: guarda come si arricciano… Poi mi tolgo la maglietta, i pantaloni della tuta, i calzini, i boxer, e infilo sotto la doccia.


Lascio scorrere il copioso getto d’acqua bollente sopra le spalle, chiudo gli occhi e cerco di rilassarmi. Improvvisamente mi viene un dubbio atroce: che giorno è oggi?! Mi tocco il polso sinistro ma l’orologio non c’è. Che giorno è?!? Chiudo l’acqua ed apro di scatto lo sportello della doccia. Completamente zuppo d’acqua, esco in corridoio correndo verso la mia stanza, mi fiondo in camera e chiudo con violenza la porta dietro di me. Tentando di cancellare dalla mente il fatto che sono appena passato in mezzo al corridoio bagnato e – soprattutto – completamente nudo, vado in cerca dell’orologio: 20! Oggi è il 20, porca miseria!! E sono le 23 e 54! In Italia sono le… le sette meno un quarto. La lancetta fa uno scatto impercettibile: 23.55. Uff… che faccio? Un altro tic: 23.56. Se non mi decido, fra poco sarà già il 21 e non ne varrà più la pena… Tic! 23.57 Adesso o mai più! Mi infilo sotto le coperte – qualcuno potrebbe entrare, non si sa mai – e nonostante stia inzuppando il materasso e le lenzuola, prendo il telefono e compongo il suo numero. Le 23.59, appena in tempo!!


“Mmh… Hello?


“Katherine, sono io.”


“Lucien? Cosa…”


“Buongiorno, scusa l’ora, lo so che sono le sette…”


“Mmh… Allora?”


“Allora… Buon Compleanno!”


“Che?!” La sento muoversi, si starà sicuramente rigirando nel letto, forse si sta tirando su a sedere. “Mi chiami alle sette… del mattino per farmi...”, si ferma per emettere un sonoro sbadiglio che mi arriva direttamente dall’altra sponda dell’Oceano Atlantico, “scusa… per farmi gli auguri?”


“Veramente sono anche arrivato in ritardo! Ma qui è appena scoccata la mezzanotte, se mi vuoi perdonare…”


All’altro capo del telefono, Katherine resta qualche secondo in silenzio. Poi risponde: “Hai voglia di ruzzare*? Che ti metti a fare gli scherzi telefonici nel mezzo della notte?!”


Scoppio a ridere.


“Mi fa piacere, sento che ti stai divertendo!”, commenta lei ironica.


“Dai, Kath, smettila…”


“No, no, smettila tu! Stavo facendo un bellissimo sogno – Brad Pitt e Tom Cruise in ‘Intervista con il Vampiro’, lo davano l’altra sera in TV – e tu mi svegli solo per ricordarmi che sono una vecchia bacucca! Ti sembra il modo?!”


“OK…,  scusa.”


“No, dai, scherzo… scusa tu… Anzi, grazie.”


Per un attimo resto sorpreso da questa sua inaspettata dolcezza. “Prego”, rispondo quindi soddisfatto.


“Cambiando argomento…”


“Dalla tua vecchiaia?”


“Esatto. Tu come stai?”


“Io?”


“Non ti sei depresso, vero?”


“…”


“VERO??”


“No…”, rispondo poco convinto.


“Uff…”


“Che c’è da sbuffare?”


“Tu! Ti avevo chiesto di non buttarti giù, e invece senti che voce!”


“Che voce?”


“Lucien, io ti conosco, tu sei il tipo che si butta giù. E invece devi stare tranquillo e—”


“Come faccio a stare tranquillo?!”


“No, non voglio dire ch...”


“Vuoi che faccia finta di niente?”


“Ma no!”


“E allora!?”


“Oddio, Lucien, sei una roba incredibile: dare consigli a te è come dare calci nel muro!”


“Ha, senti chi parla!!”


“Uff… Senti, io voglio solo che tu stia bene. Solo che non so cosa devo fare!”


“Un modo ci sarebbe”, affermo risoluto. Lo sa anche lei: deve tornare da me, da me e da Mika, per essere di nuovo una famiglia, tutti e tre insieme.


“Lucien, ascolta… ti devo dire una cosa.”


“Sì… d- dimmi.”


“Michael mi ha telefonato.”


“Cosa?”, chiedo con un filo di voce.


“Cioè, mi aveva chiamato il giorno che… Insomma, eravati usciti insieme una sera e lui mi ha chiamato il giorno dopo… E… mi ha…”, la sento deglutire attraverso il telefono, “… mi ha riferito la vostra conversazione… insomma, quello che gli avevi detto di me quella sera.”


-- flashback --


“Non voglio nessuna donna. Nessuna tranne lei.”


“Lei chi?”


“Katherine.”


“Lucien, avete divorziato quindici anni fa, lei ti ha mollato e non ti ha più voluto, quanto cazzo tempo ci vuoi perdere ancora?! Non ti puoi rovinare la vita per lei!”


“No, Michael. Io amo lei, Kath è l’unica donna che voglio. Se è una questione di tempo, aspetterò.”


“Ma se Katherine ha avuto quindici anni di tempo e non si è mai rifatta viva!! Sei un cretino, Lucien! Perché vuoi ripetere lo stesso errore all’infinito?!”


“Non è un errore,le altre donne sì, sono state degli errori.”


“Come fai essere così sicuro che stai facendo la cosa giusta?”


“Quello che sento qui dentro: questo non può essere sbagliato. Non può.”


--- fine flashback---


Un brivido mi corre lungo tutta la schiena.


“Lucien, io ti ringrazio per le tue parole e per il tuo affetto, ma io… non me lo merito tutto questo. Io non lo merito.”


“Ma cosa dici, non è vero!”


“E’ vero eccome. Non sono all’altezza dei tuoi sentimenti, Lucien, io non—”


“Smettila!!”


“Non ne sono capace, non posso.”


“Katherine!!”, grido esasperato.


“Ti prego, lascia perdere.”


“NO! Io non lascio perdere, io ti—”


“Ti prego…”


“Katherine, ti—”


“Lasciami perdere.”


“Katherine!!”


 --


“Katherine!! Pronto?!” – che è successo, ha riattaccato?


Ricompongo nervosamente il numero, sbagliando in un paio di occasioni a premere i tasti. Alla fine ci riesco. …E’ spento: allora ha riattaccato di proposito… C’è un messaggio registrato: …da lei chiamato non è al momento raggiungibile: la preghiamo di riprovare più tardi. Grazie. Cerco di non farmi prendere dalla rabbia: forse le si è scaricato il telefono? No, la conosco troppo bene, secondo me… Please try later. Thank you. L’utente da lei chiamato non è al momento ragg—  Riattacco la cornetta con violenza. La rialzo e la rimetto giù furiosamente più volte. Ha riattaccato, maledizione!! Perché fa così?!? Perché?!?


 


> NICOLE <


 


Mentre salgo le scale comincio ad avvertire un leggero dolorino all’addome: che abbia mangiato troppa cioccolata? Ma no, era solo una barretta… E poi dicono che il cioccolato fa bene, no? Arrivo in cima alle scale tenendomi la mano sulla pancia: ohioi che male… All’improvviso la porta della stanza di Lucien si spalanca e lui mi appare davanti seminudo con solo un lenzuolo intorno ai fianchi.


“Lucien!”


Ha una strana espressione negli occhi: sembra arrabbiato, ma anche felice… e perché è mezzo nudo? La crisi di mezz’età fa questi scherzi?!


“Sai, Nicole”, esordisce così di punto in bianco, “è strano, ma a volte un rifiuto può darti molta più carica di una speranza.”


“… Eh??”


“Non mi arrenderò, Nic. Stai certa che non lo farò.”


Lo guardo storto. “Tu non me la racconti giusta… e poi cosa ci fai in giro per casa mezzo nudo??”


Sul viso di Lucien compare un sorriso smagliante. Senza parlare fa un passo verso di me, mi dà un bacio sulla guancia e, come se niente fosse, trotterella tranquillo verso il bagno. Sollevo il braccio e, come stordita, mi tocco la guancia con la mano. E’ bollente.


 


*** il giorno dopo in ospedale ***


 


Giro per i corridoi del reparto guardandomi continuamente alle spalle. Ho il terrore di vederlo spuntare a ogni angolo del corridoio. Sono in paranoia totale. Da ieri sera. Quel bacio sulla guancia… Lui coperto solo da un lenzuolo… E quello sguardo! Non riesco a togliermi dalla testa la sensazione delle sue labbra sulla mia guancia!! Oh mio dio oh mio dio oh mio dio…


“Julian!”


Ho un sussulto: è lui!!!! – mi blocco all’istante e resto immobile in mezzo al corridoio, come paralizzata.


“Ehi, Julian, sei sorda?”


Tiro un sospiro di sollievo. “Fitz… come ti viene in mente di farmi questi scherzetti?”, dico girandomi indietro.


“Cosa? Quali scherzetti?”


Scuoto la testa. “Lascia perdere… A proposito, sai dov’è Dubenko?”


“Mi sa che è di nuovo in palestra, sai.”


“Ancora?! Vabè, meglio così.” Mi squilla il cercapersone. “E’ il Pronto Soccorso, Fitz, devo evaporare. Ci si vede dopo!”, esclamo scattando verso gli ascensori.


 


“Dove vado per un consulto?”, chiedo a Jerry in accettazione.


“Box quattro.”


Annuisco e attraverso veloce il corridoio: spalanco la tenda e mi trovo davanti la mia borsista preferita: Jane.


“Buongiorno, Dottoressa Figler.”


 


“Andrà tutto bene, vero?”, chiede la paziente, preoccupata.


“Certo, signora, si rilassi”, rispondo mentre le tasto l’addome.


“La Tac?”, chiedo a Jane.


“I globuli bianchi sono a undici e due”, risponde passandomi le lastre.


Le esamino qualche secondo e poi annuncio: “L’appendice è leggermente infiammata, non si riempie con il contrasto orale… Sembra proprio un principio di appendicite!”


“Oh, no! Devo essere operata?”


“Non si preoccupi”, rassicuro la paziente appoggiandole una mano sul braccio, “L’asportiamo in laparoscopia e domani sarà già a casa! L’infermiera le porterà il consenso da firmare.” Poi mi rivolgo a Jane: “Hai un minuto?”, le chiedo facendole un cenno col capo.


Senza proferire parola, Jane esce dal box quattro al mio fianco: appena siamo accanto al bancone centrale, mi ci appoggio col gomito e chiedo: “Senti, Jane, hai voglia di fare una pausa? Che ne dici di un caffè?”


Lei, con la sua solita flemma, si prende il suo tempo per rispondere, poi apre bocca per dire qualcosa, ma…


“Ehi, Nicole!” – Mi si drizzano tutti i capelli che ho in testa: oh, no! E’ Lucien!!! 


Eccolo che viene sorridente verso di noi. Non so cosa fare: che imbarazzo! E se viene e mi bacia di nuovo?! Oh mio dio oh mio dio… Non posso, non voglio!!! In quel momento mi balza alla mente un’idea pazzesca. Lucien sta arrivando… Se non lo faccio ora… Adesso o mai più! Mi volto di scatto verso Jane, le passo una mano tra i capelli e spingendo sulla sua nuca avvicino il suo viso al mio, per poi schioccarle un sonoro bacio sulle labbra. Non voglio sapere cosa Jane sta pensando di me, voglio solo che Lucien capisca che io… che io non posso stare con lui! Perché lui… lui è un uomo!!


Con la coda dell’occhio vedo Lucien che ci passa accanto rapidamente, evitando di guardarci. Resto ancora qualche secondo attaccata alla bocca di Jane – che fra l’altro non ha mosso un singolo muscolo del suo corpo in tutto questo tempo – e infine mi allontano da lei. Mi mordo il labbro inferiore e cerco di intuire dal suo sguardo inespressivo che cosa possa aver provato: è felice? È arrabbiata? E’ confusa? E’ eccitata? Non ne ho la più pallida idea. Mi faccio forza e le appoggio una mano sulla spalla. “Allora ci si vede, Jane”, dico prima di voltarmi e incamminarmi come se niente fosse verso le scale.


 


*** quella sera a cena ***


 


Stasera Mika non c’è: è dalla sua ragazza, Joy,  mentre io sono qui a tavola da sola con Lucien, che non ha ancora fatto una parola in dieci minuti. E io non posso che fare altrettanto, imbarazzata a morte per la mia scenetta di stamani al Pronto Soccorso. Passano altri cinque minuti e Lucien si alza. “Scusami, Nicole, ma devo andare finire una cosa. Sono di là nello studio se hai bisogno”, dice andandosene. Io rimango pensierosa a finire il mio dessert, poi mi alzo e inizio a sparecchiare.


Mezz’ora dopo sono in camera mia a camminare avanti e indietro mentre rifletto sul da farsi: come faccio a spiegare a Lucien il motivo per cui l’ho fatto?? Chissà ora come si sente… Non ce la faccio a non parlargli, mi sento in colpa… Ma cosa gli dico? E come glielo dico? Lui è così dolce… tenero, sensibile… Come faccio a respingerlo di nuovo? Non ho il coraggio! Certo che ormai, dopo la scenata del bacio con Jane dovrebbe averlo capito… Ci penso altri due minuti e poi mi arrendo: basta, io glielo dico, quel che sarà sarà.


Esco di corsa dalla mia camera e mi catapulto giù per le scale. Arrivo davanti alla porta dello studio ansimando.


“Ehi, Nic, che è successo?”, mi chiede Lucien alzando la testa dalle sue carte.


“Ti posso parlare?”


“Ma certo, vieni dentro.”


Faccio qualche passo all’interno e mi metto in piedi davanti a lui. “Lucien, ascoltami: per quello che è successo stamattina…”


Lucien stringe gli occhi, sembra non capire.


“Quella cosa che è successa al Pronto Soccorso…”


“Oh!”, esclama sistemandosi gli occhiali sul naso, “Ho visto… Be’, che dire, sono felice per te, se hai trovato qualcuno che ti piace….”


“Sì, ecco… insomma… la verità è che… come dire… uff!”


“Avanti, Nicole, puoi parlarmi tranquillamente, lo sai”, dice incrociando le mani sul grembo.


Faccio un grosso respiro e vado: “Insomma, io non sto con Jane. Io stamattina l’ho baciata, ma era la prima volta, e non so nemmeno se le piaccio! Io non so nemmeno se è lesbica!!”


Lucien resta a bocca aperta.  “Ma… allora… perché l’hai baciata?”


Espiro debolmente. “L’ho fatto per te, Lucien.”


“Per me?!”


“Sì, insomma… io non voglio darti false speranze… Lo so che tu non ti vuoi arrendere e che ancora ci speri, ma io non… non posso, insomma…”


“Io… io spero cos–”


“Me l’hai detto tu l’altra sera: che non ti vuoi arrendere, che il mio rifiuto ti ha dato…”


Lucien si mette una mano sulla bocca.


“… ti ha dato la carica…”


Vedo che stenta a trattenere una risata.


“Che… cosa… Ho detto qualcosa di buffo?”


“Oh, Nic… cos’hai capito!”, farfuglia e poi scoppia a ridere.


“Ma uffa, perché ridi?! Ho pensato che se mi vedevi insieme a una donna avresti capito! Lo sai che a te ci tengo, ma non volevo—”


“Ahahaha! Ahahahaha!” – adesso Lucien ride di gusto.


“… non volevo farti affrontare un altro rifiuto, ecco.” Mi metto con le mani sui fianchi, stufa di questa situazione. “Allora, mi vuoi spiegare cosa c’è da ridere?!”, finisco per gridare.


“Oh, Nic, mi spiace… ma tu hai frainteso!”


“Ah.”


“Scusami, davvero! Ma non immaginavo che tu… E poi quella sera ero andato, completamente fuso!”


“Ma mi hai baciato!!”


“Scusa, ero fuori di me, non so perché l’ho fatto…”


“Mi hai fatto prendere un colpo! Pensavo che ti fossi di nuovo infatuato di me!! Eri praticamente nudo e mi hai baciato: che cosa dovevo pensare?!”


“Scusami, Nicole”, ripete, “Scusami tanto…”


Alla fine mi arrendo. “OK, dai, lascia perdere. Ormai è andata.”


Lucien mette il broncio e mi appoggia una mano sulla spalla. “Puoi perdonarmi?”


Non riesco a non sorridere. “Per questa volta…”


Anche Lucien sorride, poi dopo qualche secondo torna serio e punta i suoi occhioni grigi su di me. “Mi riferivo a Katherine.”


“Come?”


“Quella sera, stavo parlando di Katherine.”


“Ah… la tua ex moglie?”


“Sì. E’ di lei che stavo parlando. E’ con lei che non ho intenzione di arrendermi. Sai, ci ho riflettuto, e sono arrivato alla conclusione che anche se lei non mi vuole ora, anche se lei insiste nel respingermi, a me non interessa, io non mi arrendo. Basta con la depressione, basta con l’autocommiserazione! Non m’importa se sono vecchio, giovane, grasso o magro: io per lei ho deciso di impegnarmi a diventare la persona migliore che posso.” Si ferma un attimo per riprendere fiato, mentre tiene la mano destra stretta in un pugno. “Voglio essere la persona migliore che posso per lei. E lei se ne dovrà accorgere. Voglio essere un chirurgo eccellente, un padre eccellente, un marito eccellente. L’ambizione e la forza di volontà non mi mancano, Nicole. Quindi”, conclude con una luce negli occhi che raramente gli ho visto prima, “io non ho intenzione di arrendermi. Non mi interessa quanto ci vorrà o quanto sarà dura: l’importante è che quando lei vorrà, io sarò pronto. Io per lei ci sarò.”


Improvvisamente sento due lacrime scendermi lentamente lungo le guance. Avverto il loro calore e la loro umidità solcare il mio viso.


“Nic… Ehi, che hai?”, mi chiede Lucien preoccupato.


Tiro su col naso. “Sei una persona meravigliosa”, farfuglio tra le lacrime.


“Cosa?”, sussurra sollevandomi delicatamente il mento con un dito.


“Ho detto che sei una persona meragliosa!”, esclamo.


“Ma che dici… Sono solo un povero pazzo, io non sono affatto—”


“Non lo so se sei la persona migliore del mondo, Lucien, ma di sicuro… di sicuro sei la persona migliore che abbia mai conosciuto!”, replico lanciandomi su di lui e stringendolo in un forte abbraccio. Lucien si lascia abbracciare, poi mi accarezza i capelli e mi cinge con le sue braccia forti e calde. Appoggio la mia testa sul suo petto, chiudo gli occhi e ascolto in silenzio i battiti del suo cuore.

 

giovedì, 29 maggio 2008

postato da AbbyLockart | commenti (1)

Il telefono squilla, mi strofino le mani vicino lo strofinaccio da cucina per rispon dere,ma luka col bambino in braccio che gli dorm sulla spalla, alza la cornetta.
“si?....ahah…..non saprei, aspetta un secondo….” Dice prima di staccarla e poggiarsela sullo stomaco “senti, devo sostituire John, stanotte…. Insomma, te la senti?”
“ehm….si, ce la faccio tranquillo!” sorrido e continuo a mangiarmi la carota
“ok, non ti preoccupare… ci vado io….ma tutto ok da quelle parti?!” annuisce convinto “ok, a domani!” lo saluta, rimette il telefono a posto, poi mi fissa “sei sicura?...in fondo sarebbe la prima notte….”
Sorrido rassicrante, mi puntello con le mani sul bancone e rispondo
“bè, perché dovrebbero esserci problemi? Lo farò dormire con me, così non dovrò neanche alzarmi!”
“ok” sorride
“che ha combinato John?”
“ehm…non ho capito bene…ma niente di grave!” sorrido
 
“e questa forte ondata di caldo non accenna a diminuire, perciò anche domani avremo temperature nettamente sopra la media!” dice il meteorologo ma impugno il telecomando e cambio canale.
“sono soddisfatto!” fa luka posando le posate nel piatto
“vorrei vedere, solo tu hai mangiato quasi mezzo chilo di carne!” mi prende in giro
“bè….ogni tanto ci vuole!!”continua alzandosi, si stira, leeroy ridacchia, “che fai ridi?!eh ridi?!” fa avicinandosi e lui comincia a ridere di nuovo, menando gambette e braccine.
“ehi, sono le nove quasi…” interrompo la bella scenetta “…non fare tardi o correrai come un matto!”
“no tranquilla!!” Fa continuando a giocare col piccolino “ora vado a farmi una doccia e poi esco…” dice serio “vero? Papà si va a fare la doccia e poi esce!” continua a pizzicargli il mento facendolo sorridere.
 
Esce dalla camera da letto con la camicia tutta aperta arrotolando le maniche
“il caffè!” mi richiama
“eccomi!!!” fa venendo dalla mia parte mentre gli porgo una tazza
“guarda com’è bello…” rifletto ad alta voce con i gomiti poggiati sul bancone, mentre leeroy, nella sua poltroncina colorata dorme beatamente sul tavolo, con un film in sottofondo.
“già! È un capolavoro!” dico prima di finire il caffè “ora devo andare…”
“si ti accompagno”
Lo accompagno alla porta, ci salutiamo e lo vedo scendere le scale. A metà rampa si ferma, si gira…
“mi raccomando, per qualsiasi cosa, chiam e sarò qui in un baleno…”
“tranquillo!” sorrido e lui riprende a scendere le scale.
 
 
 
 
Sento bussare alla porta, in modo distinto, quasi impaurito…un paio di colpi…
Mi alzo e, a piedi scalzi e tuta, vado a vedere chi sia a quest’ora poi…. Incuriosita lancio un’occhiata al video che segna un quarto a mezzanotte.
 Guardo dallo spiondino e vedo distintamente lucien che si allontana scuotendo la testa.
Apro doi fretta la porta.
“lucien!!” lo richiamo
Lui si gira, l’aria stanca e stranita, la fronte pralinata di sudore
“tutto bene?!?” mi preoccupo
“ehm s-si…” sorride impacciato “è che.. che…”
“che?”
“mi avevi detto che se volevo insomma….”
“oh si, vieni, dai entra, ti offro un caffè o qualcosa id freddo, ti va?” sorrido
“forse ho disturbato, non dovevo, ti avrò svegliato…salutami luka e il piccolo…” fa muovendosi verso le scale
“ehi! Ehi!sei venuto fin qui…luka non c’è, il piccolo dorme e io stavo leggendo un libro, non disturbi affatto…”
“ok” allarga un sorrido riconoscente
Ci sediamo sul divano
“come mai in giro a quest’ora?” domando prima di andare in cucina
“non riuscivo a dormire….e allora ho cominciato a fare quattro passi, poi otto, sedici ….e così via…mi sono ritrovato da queste parti….”
“mika?” chiedo ritornando con due bicchieri pieni di succo di mela ghiacciato
“a casa…dorme…beato lui…” mugugna rigirandosi il bicchiere tra le mani
 Mi siedo vicino il bracciolo e lo fisso qualche secondo
“come stai lucien?qualcosa non va?” domando
“ehm… no…insomma…tutto bene, si…” dice quasi come se dovesse autoconvincersi
“e saresti venuto qui, abiti a otto isolati da qua!”
“hai ragione…”sorride “è che forse avevo bisogno di parlare con qualcuno…”
“bene, sono qui apposta!” sorrido
Qualche minuto di silenzio
“…allora?”
“vedi…è che…” inizia ma poi si ferma, beve del succo freddo e non ricomincia.
“c’enta la morte micheal, lucien?” lo guardo
Sorride in modo triste…
“già…insomma vediamo morti tutti i giorni, ma è più di una settimana ch eormai…non lo so….non mi riconosco….ogni volta che entro in postr operatorio e vedo tutta quella gente o in terapia intensiva un magone mi sale alla gola e non mi lascia più!”
“bè…è stato un colpo molto forte da assorbire…non mi merviglio…”
“ma sono un medico, sono un chirurgo che sente le lacrime agli occhi ogni volta che vedo un paziente!!!”
“hai bisogno solo di tempo…è solo questione di quello….”
“insomma… io non so se…” scrolla la testa
Il vagito del piccolo che reclama la poppata arriva alle nostre orecchie
“oddio, mi dispiace!!!” fa atterrito “l’ho svegliato!!non volevo!!!lo giuro!!!”
Sorrido a metà tra il divertito e il conciliante
“tranquillo, si sveglia sempre a quest’ora!!” dico alzandomi per andarlo a prendere.
Torno in sala con il piccolo in braccio e mi risiedo
“è cresciuto!” sorride
“già!” sorrido “ti spiace?devo allattarlo”
“oh, si figurati, vado via!!” fa per alzarsi ma il piccolo è già attaccato al mio seno che trangugia
Lui diventa paunazzo in volto rimanendo e mezz’aria, imbarazzatissimo.
“perché quella faccia?!” rido divertita
“E-E-E….” fa lui
 Sedendosi a peso morto
“lucien, ti prego, riprenditi!” dico mentre in sottofondo leeroy fa grattare il palato mentre succhia.
“non vedevo una persona allattare da almeno quindici anni…” dice quasi tra se e se.
“non è un problema per me, figurati!”
Per tutto il tempo della poppata rimaniamo in silenzio, fino a quando lucien non apre bocca
“sai che una volta mika succhiò con tanta velocità al punto che gli cominciò ad uscre il latte dal naso?!?” fa quasi divertito a ricordare quel momento
“oh mio dio!!!sai che spavento!!!”
“non puoi capire!!! Con kath che strillava, lui che piangeva…io lo presi e lo misi sul tavolo e cominciai a visitarlo….che matto!!!”
Rido
“luka che padre è?” si interessa
“è perso, è innamorato pazzo di questo frugoletto, sembra un bambino quando sta con lui…” dico soddisfatta….
“è bello vedere due persone che si amano profondamente benedette da un figlio!” sorride
“già!” sorrido anche io….
Leeroy si stacca cominciando a piagnucolare, segno che ha finito….mi risistemo…
“me lo tieni un attimo?” gli chiedo  porgendoglielo
“oh si… certo….” Risponde prendendolo
“mi vado a cambiare, vengo subito!” e mi alzo lasciandolo col piccolo “c’è una tovaglia, mettila sulla spalla o ti sporcherà!” dico dalla camera da letto mentre mi cambio la maglietta sporca di latte.
Dalla porta della sala lo vedo alzarsi e, sorridendo, andare avanti e indietro in attesa del ruttino.
Sorrido…. Per un attimo sembra felice e tranquillo…

 

giovedì, 22 maggio 2008

postato da AbbyLockart | commenti (1)

“ehi piccolo lee!” dico prendendolo in braccio dalla culla che frigna “cosa c’è che non va? Non hai dormito neanche un’ora!” faccio mettendomelo sul petto e coccolandolo ondeggiando sulle gambe.ma lui continua a piangere “ehi! Piccolino!!” facciamo una bella cosa, allora, come fa quella canzone che canta sempre papà?!ehm…” per un momento noin vi viene il ritmo, poi come un fulmine “ah! Si!!! Un elefante si dondolava sopra il filo di una ragnatela e vedendo la cosa interessante…eh? Ti piace vero?!” dico felice perché il suo pianto diminuisce velocemente “allora continuo e vedendo la cosa interessate decise di chiamare un altro elefante e due elefanti si dondolavano….oh bene leeroy!” dico alzandomelo davanti alla faccia e dandogli un bacio sul naso “che dici se andiamo da papà?! Eh?! Sarà contento che gli facciamo una sorpresa, non credi?! Si?! Ti va?!” dico facendo una piroetta su me stessa “ e allora andiamo a preparaci!!”
 
Il sole caldo illumina l’intera città con un cielo terso tipicamente estivo. La metro corre veloce sui suoi binari mentre il calore viene amplificato dai vetri, arrivando sulla pelle come un tepore delizioso.
“guarda, quello è il fiume! Te lo ricordi? Ci siamo venuti qualche giono fa!” gli indico come se potesse capirmi… lui guarda in modo estasiato tuttociò che si muove tenendo la testolina poggiata al paratesta del marsupio…mentre gli accarezzo i capelli sottili
“signora vuole sedersi?!” fa un signore saulla sessantina prima di sedersi su un posto vuoto vicino a me
“no grazie!” sorrido “scendo alla prossima!”
Allora sorride, si siede e comincia a leggersi il giornale.
Il treno comincia a frenare, fermandosi proprio davanti le scale che portano al livello della strada.
Scendo dal convoglio attraversando la banchina…faccio un respiro a pieni polmoni, era una vita che non prendevo la metro e forse mi mancava, mi mancava la sua frenesia, le gente che sale e scende le scale… passeggio sul marciapiede, il solito chioschetto.
“salve dottoressa!!” mi saluta James, il proprietario “come andiamo?!”
“salve!benone! lui è leeroy!” glielo presento
“complimenti! È bellissimo!” mi dice sorridente…chissà perché sorridono tutti quando vedon o un bambino
“ci vediamo dopo!”
“come vuole!” mi saluta “ciao piccolino!” fa un cenno poi a leeroy mentre mi inccamino nel parcheggio ambulanze…
Lo attraverso…una volante della polizia è ferma nell’angolo e i due agenti appoggiati al cofano con una tazza di caffè di carta in mano…
Arrivo davanti alle porte che si aprono lasciandomi entrare nella frenesia annoioata della sala d’attesa… poi arrivo alle porte d’accesso al reparto, striscio la carta ed entro
“ciao a tutti!” saluto mettendo gli occhiali da sole sulla testa
“ehi!! Guardate chi c’è!!!” fa subito chuny venendo dalla nostra parte “come state?!” mi saluta “fammelo vedere! Fammelo vedere!” dice
“stiamo alla grande!ecco, prendilo se vuoi!” faccio tirnadolo fuori dal marsupio e lasciandolo nelle sue mani
“oh mio dio! Ma è bellissimo!!” fa mettendoselo sul braccio mentre un drappello di persone si avvicina
“ehi frank!!” lo richiamo “che fai?!”
“compro un mortaio su ebay!!così bombardo casas dei vicini e vediamo su il figlio la smette di usare la batteria!!”
“sempre il solito!” sorrido
“oh oh!! Il piccolo kovac!!!” fa morris arrivando di corsa “pista pista!! Fatemelo vedere questo gioiellino della natura!!”
“archie!! Ti prego!!”
“posso prenderlo? Posso prenderlo?!”
“mi raccomando, fate attenzione!! La testa!!!” mi raccomando “luka?!” domando ma nessuno mi si fila “ehi!! Qualcuno ha visto mio marito?!” ripeto
“Kovac!!!la tua famiglia è qui!!!” dice frank a un microfono che diffonde per tutto il reparto l’annuncio
“frank!!” faccio accigliata
“hai chiesto dov’era?!ora arriva!!” fa alzando le mani
Infatti, aveva ragione, dal corridoio, sorridente nonostante l’aria stanca, lo vedo venire dalla nostra parte…lo aspetto, mi viene incontro.
“ciao!” mi mette una mano intorno alla vita baciandomi
“come va?” domando
“tranquillo, più o meno”sorride
“siamo venuti a trovarti!”
“lo vedo!” fa alzando gli occhi e vedendo leeroy tra le braccia di neela che gli solletica il mento “avete portato un po’ di scompiglio!!”
“non fa mai male!” sorrido
“caffè?!”
“e lui asp---” faccio quasi preoccupata
“lascialo con loro per dieci minuti, non succederà niente!” mi fa l’occhiolino
“sei sicuro che…”
“neela, lo tieni tu per il tempo di un caffè?!” le domando
“oh si!! Certo è un amore!!!” ridacchia mantre ray fa delle espressioni idiote per catturare l’attenzione del piccolo che guarda da tutte le parti.
“va bene?” mi domanda conferma
“va bene!” scrollo le spalle, poi tolgo il marsupio e lo lancio a frank.
Uscaimo nel parcheggio
“sai che forse comincia a mancarmi questo posto?” dico infilando la mia mano nella sua
“ah si?”
“si…forse non sono abituata a tutta questa tranquillità, non trovi?!”
“allora fanne scorta ora che ne hai perché dopo non credo che la ritroverai!” sorride
“e dai!”
“mia madre diceva sempre ch ei figli vanno goduti quando sono piccoli, perché dopo…”
“ma figurati, ci metterà una vita a crescere!!” scherzo
“hai ragione…” acconsente mentre arriviamo da james al chioschetto
“due caffè neri, con zucchero!” ordina “ ha dormito?”
“non tanto, un’ora scarsa…” faccio prendendo la mia tazza
“non fa niente, vedrai che quando tornerete a casa crollerà, in fondo è sveglio dalle sei!”
“infatti! Stamattina non ha neanche dormito…ma è normale che dorma così poco?” faccio apprensiva “insomma, i neonati non fanno che dormire e mangiare! Lui mangia solo!!”
“non preoccuparti, anche Marko dormiva poco, poi dopo ha recuperato tutto il tempo perso!!”
“ah si?!”
“si, quand’era piccolo non dormiva molto, poi dopo un paio di mesi dormiva alla grande!” fa sorseggiando il suo caffè
Il suono presuntuoso di una sirena di un’ambulanza comincia a sentirsi in lontananza
“no…” dico “tocca tornare dentro!”
“eh si!” fa dispiaciuto e con passo lento rientriamo
“a che ora torni?”
“finisco alle otto, appena ancora quattro ore di turno! Non sono tante!” sorride mentre rientriamo in sala d’attesa.
 Gli altri sono tutti dietro il banco dell’accettazione. Leeroy è in braccio a frank
“frank!allora non sei un omaccione tutto ciccia e niente cuore!!”
“hai ragione!! Chi prende il marmocchio?!?!” fa porgendolo
“Dallo a me” fa Luka avvicinandosi “sta arrivando un’ambulanza!”
“ah che scatole!!” fa neela
“io ho un paziente che mi aspetta!” si defila ray
“ehi!! Non è giusto!!” recrimina neela “mi lasci da sola!!”
“ehi piccola ho fatto la scorta da stamattina, ho guadagnato l’immunità fino a domani notte!” sorride dandole un bacio sulla fronte
“ma c’ero anche io!!”
I paramedi entrano con un tipo sdraiato sulla barella
“ maschio, bianco, trentotto, valori nella norma, investito da una moto sulla quindicesima…” comincia uno dei due.
“eccomi!” fa neela
“e va bene!” le fa eco ray
“ora si!” risponde lei
“prego, emergenza uno!” dirigge ray mentre spariscono in fondo al corridoio
“davvero ti manca tutto questo?! Sei sicura?” mi domanda accarezzando la schiena di leeroy
“bè…solo un pochino!” ammicco
“ma john?! Non era di turno?”
“lizzie è dovuta rimanere in reparto e lui sta con le bambine!”
“ma oerchè non prende una baby sitter?”
“dice che non ne ha trovata una adatta…” scrolla le spalle dubbioso
“magari è solo geloso e iper protettivo!”
“vedrai quando toccherà a noi!”
“e chi lo ha detto!se ci organizziamo bene i turni…”
“si? Vero?”
“in fondo… mattina, pomeriggio…vedrai, ce la faremo!” dico ottimista
“non potremo mica scambiarci il bambino sempre in reparto!!” fa ironico
“vedrai, non succederà mai!”
Inarca il sopracciglio
“e va bene…un paio di volte…”
Mi guarda con aria sarcastica
“non più di due volte al mese… dai!”
Allarga un sorriso
“ok, alla settimana, ma ci organizzeremo!” concludo rassegnata
“ecco, questo è più probabile!” sorride
“scemo!” sorrido io poi guardo l’ora “forse è il caso che torniamo, così riusciamo a farci due passi, vero passerotto?!”
“ok!”
“frank, il marsupio?”
“arriva!” fa lanciandomelo.
Lo prendo al volo. Lo sistemo, Luka infila il piccolo dentro e ci accompagna fuori.
“mi raccomando, quando arrivi a casa chiama!”
“promesso!” dico.
Un bacio a stampo e via, mi diriggo alle scale della metro…
Oltrepasso il chiosco di james e incrocio lucien che nel suo impermeabile color oliva scende le scale
“lucien!” lo richiamo distogliendolo da chissà quale pensieri
“si?!” fa ritornando alla realtà con un po’ di lentezza “ah! Abby sei tu!” sorride forzatamente
“hai tagliato i capelli!stai bene!” sorrido
“oh si, grazie” dice con tono monotono “e lui come sta?”
“benone!dorme poco e mangia molto, ma per il resto tutto bene!tu invece?”
Scrolla le spalle
“come al solito…forse un po’ peggio questi ultimi giorni…” fa ondeggiare la mano nell’aria “ci farò l’abitudine…” fa finta di sorridere
“vero…” dico mortificata “luka mi ha detto del tuo amico… avevo pensato di chiamarti, ma….non sapevo cosa dirti….” Sorrido imbarazzata “insomma… ho pensato che …conoscendoti preferivi il buio, il silenzio e rimanere isolato dal mondo per un po’…” dico sistemandomi una ciocca dietro l’orecchio
“hai ragione…l’ho fatto, ma mika mi ha obbligato a riaprire la finestra e la porta di casa!” sorride “sai, è un ragazzo veramente in gamba…”
“già…”annuisco “comunque…se ti serve qualcosa…insomma…sai dove trovarmi e quando vuoi, una tazza di caffè ci sarà sempre!”
“sei un’amica!” sorride “ora dovrei, dovrei…andare” fa segno
“oh certo! Scusa!” faccio mettendogli la mano sul braccio
“figuarati, è stato un piacere!” risponde cortese
“allora alla prossima!” sorrido
“si, alla prossima…” fa lui ricominciando a scendere le scale…
Io le salgo fino alla banchina… e in attesa del treno, mi siedo sulla panchina illuminata dal sole e accarezzo il collo del piccolino che sbadiglia.... un ottimo segno!!

 

giovedì, 15 maggio 2008

postato da DrDubenko | commenti (1)

Ripiegato sulla tazza del wc, mi pulisco la bocca con la carta igienica, la getto dentro e tiro lo sciacquone. Disgustato, mi alzo, esco dalla cabina del bagno e vado verso i lavandini. In piedi davanti allo specchio, osservo il mio viso, bianco come un cencio, e le due scure borse che mi incorniciano gli occhi. Faccio davvero paura... Mi tolgo gli occhiali e apro il rubinetto: con l'acqua fredda mi sciacquo ripetutamente la faccia e la bocca. Dopo essermi asciugato il viso e rimesso gli occhiali, faccio un profondo respiro e me ne torno in reparto.



In corridoio incrocio Nicole.



"Ehi, Lucien, dov'eri finito? Allora, vieni con me, pranziamo insieme?"



Pranzo? Ho appena rimesso il sandwich che ho mangiato mezz’ora fa…. "No, grazie, non ho fame”, rispondo.



"Ah… ok. Ma ti senti bene? Sei un po' pallido.."

Annuisco.

“Sicuro?”, insiste scrutandomi.

“Sicuro.”

"D’accordo… A dopo allora."

Le faccio un cenno di saluto con la testa e proseguo il mio cammino lungo il corridoio, frugando nelle tasche del camice alla ricerca di una mentina.

*** il giorno dopo ***



"Lucien, posso parlarti un attimo?", mi chiede Nicole.


"Certo, dimmi."


"Possiamo... Insomma...", fa lei indicando la porta della mia stanza.


"Ah, se preferisci… Vieni, andiamo nel mio ufficio."


Lascio entrare prima Nicole e la seguo. La faccio sedere sulla sedia mentre io mi appoggio alla scrivania.


"Allora, di cosa volevi parlarmi?"


“Di te, Lucien.”


“Di me..?”


“Sì. Sono seriamente preoccupata, Lucien."


"E come mai?”


"Be’, tu ti comporti come se niente fosse, ma io lo vedo come stai!"


Aggrotto le sopracciglia. "Perché? Come sto?"


"Dimmelo tu", ribatte Nicole incrociando le braccia sul petto.


Alzo le spalle. "Come vuoi che stia... La solita routine..."


Nic scuote la testa.


"Che c'è?", chiedo.


"Sei un testone, Lucien. Non puoi far finta di niente in eterno!"


"Ma di cosa stai parlando??"


"Di te, Lucien! Si vede lontano un miglio che stai soffrendo come un cane, eppure non lo vuoi ammettere! Ma non puoi resistere a lungo così, te ne rendi conto?!"


Resto in silenzio e tengo ostinatamente lo sguardo lontano da quello di Nicole.


"Fare finta di niente, Lucien, non è una soluzione! In questo modo ti stai solo facendo del male!"


Mi alzo in piedi. "Se dobbiamo perdere tempo con questi discorsi inutili, Nicole, è meglio che te ne vada."


Si alza di scatto e pianta il suo sguardo dritto nei miei occhi. "No. Non me ne vado finché non lo ammetti."


"Ammettere cosa??"


"Non fare il finto tonto: dimmelo!"


"Ma cosa?"


"DIMMELO, LUCIEN!! DIMMELO IN FACCIA!!"


"COSA?? COSA CAMBIA SE TI DICO CHE STO DI MERDA?! COSA?!?", grido.


Nicole non risponde e continua a guardarmi fisso negli occhi.


"Cosa cambia...", ripeto stavolta con la voce spezzata da uno stretto nodo alla gola.


Nicole abbassa lo sguardo e si morde le labbra. Non aggiunge altro ed esce in silenzio dalla stanza. Appena accosta la porta alle sue spalle, sento i miei occhi iniziare a bruciare e a riempirsi di lacrime.



 


****************** maggio 1976 ******************



Lucien Dubenko rimette il cappuccio di plastica alla penna e si alza. Prende i suoi fogli, raccoglie la cartella da terra e, prima di avviarsi verso la cattedra, appoggia una pallina di carta sul banco del compagno che siede dietro di lui. Il Professor Hobbes alza gli occhi e fissa il ragazzo da sopra le lenti dei suoi occhiali. Tenendo la mano sinistra sul quotidiano che sta leggendo, allunga la destra per prendere possesso del compito di chimica di Dubenko.


Dal fondo della classe si sentono provenire delle voci: “Hai visto?” “Ha già consegnato!” “Che secchione!”


“Silenzio!”, grida il professor Hobbes allungandosi sulla sedia. “Zitti e fate il vostro compito!”


Lucien si avvia verso la porta e, appena prima di uscire, dà una rapida occhiata ai propri compagni di classe, tutti ancora chini sul banco.



***



“TADAAA! FATTO!!”


Lucien sobbalza sulla sedia della biblioteca scolastica. “Ma sei matto, Michael?! Attaccarmi così alle spalle, mi fai venire un colpo!!”


“HO FINITO, LUCIEN!!! EVVAI!!!”, grida Michael agitando le braccia in aria.


“Sì, ma qualche errore l’hai messo stavolta?”, chiede serio Lucien.


“Senti”, inizia Michael mettendosi a cavalcioni di una sedia, “Ho cambiato delle cose nel primo esercizio e nel terzo. E l’ultimo l’ho lasciato a metà. Che dici, può andare?”


Lucien annuisce. “Direi di sì. Finalmente hai imparato come si fa a copiare i compiti in classe!”


“Gne gne gne. Senti me, ora. Cosa ne pensi se ti dico che siamo invitati alla festa di Lydia Grossman??”


“Grossman chi? La cheerleader??”





“Esatto!!”





“Stai scherzando? Come hai fatto a rimediare un invito?”





“Semplice! Ho parlato con la sua amica Ruth, che mi ha detto che avevano bisogno di un impianto stereo per la festa. Le ho detto che ce l’avevo io così mi sono guadagnato un invito alla festa.”





“Michael, ma tu non ce l’hai un impianto stereo…”





“Sì, ma lei mica lo sa!”





“Mich—”





“Aspetta: le ho chiesto se potevo portare un amico e lei ha detto di sì! Lucien, ti rendi conto: siamo invitati a una festa!!”





“No Michael, noi non siamo invitati: ci stanno solo usando per avere uno stereo! Che noi nemmeno abbiamo!!”





Michael allunga le braccia e fa segno a Lucien di aspettare. “Zitto e ascolta: ci sarà anche Cindy.”





Lucien si blocca e rimane con la bocca semiaperta.





“Sì, hai capito bene!”





“C- Cindy...? Cindy Walters?”





Michael annuisce.





“Cindy…”





“E insieme a Cindy viene anche la sua amica Rebecca del quarto anno! Ti rendi conto?! La tettona!!”





“Sì, ma sei proprio sicuro di aver capito bene? Ha detto Cindy? Cindy Walters??”





“Sì! Senti, dobbiamo trovare un modo per farcele tutte e due!”





“Non è che ha detto Cindy Michaels? O… o Deborah Walters..?”





“Cristo, Lucien: ha detto Walters, Cindy Walters, la bionda! La vuoi piantare con queste paranoie?!”





“Ma allora è vero… Andiamo alla festa con Cindy!”





“Uff… Non andiamo alla festa ‘con’ Cindy: noi andiamo alla festa ‘per cercare di farti slinguazzare con’ Cindy! Non solo! Andiamo alla festa anche, e soprattutto, per far slinguazzare me, Michael Voigt, con Rebecca McPherson, la tettona del quarto anno!”





 





***





 





“Rebecca, Cindy, questo è il mio amico Lucien.”





“Ciao!” “Piacere!”





Lucien alllunga il braccio e stringe la mano alle due ragazze, soffermandosi su quella particolarmente morbida e liscia di Cindy, l’angelo dai capelli biondi.





“Sì… Lucien… Ora però lascia che si riprenda la sua mano, ok?”, interviene Michael tirando via l’amico.





 Lucien nemmeno ci fa caso, perso com’è nello splendido sorriso della dolce Cindy.





“Allora”, prosegue Michael”, che ne dite di uscire in giardino? Facciamo quattro chiacchiere sotto le stelle?”





 





I quattro escono fuori: si sentono i grilli cantare e l’aria è fresca. Michael e Rebecca si sistemano a qualche passo di distanza dagli altri, a cavalcioni di un tronco d’albero che fa da panchina, mentre Cindy e Lucien si siedono l’uno di fronte all’altra intorno a un tavolino di plastica grigia.





Cindy si schiarisce la voce e si guarda intorno mentre Lucien si martirizza nervosamente le mani che tiene sotto al tavolo. Il cuore gli batte all’impazzata e fa fatica a respirare.





“E’ bello qui, non ti pare?”, chiede infine Cindy.





Lucien annuisce.





“Tu sei nella stessa classe di Michael?”





Lucien annuisce di nuovo.





“Ma tu parli, qualche volta, o no?”, chiede scherzosa Cindy.





Lucien si riscuote ed emette un suono strano, a metà strada fra una risata isterica e un rantolo disperato. Cindy ridacchia coprendosi la bocca con la mano, la sua mano morbida e liscia.





“S- sai, è che… uff… Non… non ti fa caldo?” – sono le prime vere parole che Lucien riesce a far uscire dalla bocca.





“Ti fa caldo?”, esclama Cindy con stupore. “A dire il vero a me fa quasi freddo…”





“Vuoi la mia giacca?!”, grida Lucien scattando in piedi. Malauguratamente con la sua irruenza colpisce il tavolino che inizia a barcollare. “Ops! He he he! Scusa!”, ridacchia Lucien. “Tieni, metti questa”, continua togliendosi il giubbotto di jeans e appoggiandolo sulle spalle di Cindy.





“Grazie.”





Lucien annuisce sorridendo e se ne torna al suo posto. Lo sente, sta iniziando a prendere coraggio. Quella del giubbotto è stata un’ideona, un colpo di genio!





 





Dopo qualche minuto il cielo stellato inizia a coprirsi di nuvole, e da est comincia a spirare un freddo vento di montagna. Lucien si stringe nelle spalle e con tutte le sue forze cerca di inziare una conversazione.





“Tu e… e Lydia… siete… molto amiche?”, riesce a tirar fuori con sforzo sovrumano.





“Sì, ci conosciamo dalle scuole elementari. I nostri genitori frequentano gli stessi club di tennis e di golf.”





“Ah… b- bene… ho capito.”





“Però io non ti ho mai visto al Valley Club: ci vieni mai?”





“No, io… non faccio molto… sport.”





“E come mai?”





Lucien fa spallucce. “N- non… non mi p- piace, non fa per me. Insomma, ecco…”





“Che strano!”, esclama Cindy, “A tutti i ragazzi piace lo sport!”





Lucien non sa cosa rispondere. Ma se non trova una risposta adatta, Cindy penserà che lui è strambo, o crederà che è gay… Quest’ultimo pensiero lo terrorizza: se è convinta che lui è gay, le sue speranze con Cindy sono uguali a zero… A corto di idee, Lucien si sporge sulla destra per cercare l’aiuto di Michael. Non crede ai suoi: avvinghiati sul tronco d’albero, Michael e Rebecca stanno pomiciando alla grande. Lucien si sforza e aguzza la vista: la mano di Michael sta vagando in mezzo al seno prosperoso di Rebecca. Ecco spiegato il perché della ‘tettona’…





“Tutto bene?”, chiede Cindy.





Lucien improvvisamente sente il cuore che riprende a battere a mille: se Michael si sta slinguazzando Rebecca, perché lui non dovrebbe slinguazzarsi Cindy? Il solo pensiero lo manda in fibrillazione. Il suo corpo inizia a mandargli segnali eloquenti e Lucien non sa che fare.





“Ti fa ancora caldo?”, chiede Cindy. “Hai il viso tutto rosso…”





Oh no, pensa Lucien, che figura!! Ma non ce la fa, e muore dalla voglia di vedere cosa fa Michael. Che… Che cos’è quella cosa che sta tirando fuori dallo scollo della maglietta di lei? Lucien non ci vuole credere: Michael le sta sfilando il reggiseno!





Ormai sull’orlo dello stato di shock, Lucien cerca di concentrarsi su qualcosa, qualsiasi cosa che non sia il sesso.





“T- ti… ti piacciono i romanzi gialli?”





“Come, scusa?”





Una ventata gelida fa rabbrividire il piccolo Lucien.





“I- io adoro A- Agatha Christie.”





L’espressione assente di Cindy vale più di mille parole. Ma le sue labbra rosa, il nasino all’insù, e quegli occhioni color nocciola annebbiano i sensi del piccolo Lucien, che non se ne accorge e prosegue ostinato il suo discorso.





“Il suo ultimo libro, S- sipario, è l’ultimo con Her- Hercule Poirot! Io p- preferisco i romanzi con Miss Marple, ma anche… anche Poirot è simpatico e…” Lucien si ferma per riprendere fiato, “e poi in Sipario ritorna il… il Capitano Hastings, che è in… in assoluto il mio personaggio preferito!”





Cindy, non sapendo cosa dire, inizia a guardarsi intorno.





Finalmente Lucien si accorge che la bambolina di fronte a sé si sta annoiando a morte. Urge trovare un altro argomento di conversazione…





“Hai… hai visto le foto di Marte?!”





“Cosa?”





“Le foto scattate dalla sonda Viking che è atterrata su Marte! O, come si dovrebbe dire giustamente, ammartata. Non le hai viste??”





Cindy scuote la testa.





“Si vede il suolo di Marte, si vedono dei grandi massi… E l’ultima che ha trasmesso a colori?? Fantastico: ma ci pensi, stiamo parlando di Marte!! Non è incredibile?!”





“Ehi, Lisa!”, esclama Cindy all’indirizzo di un gruppo di ragazze che sta passando accanto ai due.





“Cindy!” “Che ci fai qui?”, gracchiano le sue amiche avvicinandosi.





“State andando dentro?”





“Sì, qui fuori ci fa freddo.” “Vieni con noi?”





Un’altra ventata gelida alle spalle del povero Lucien.





“Sì, arrivo!”, risponde senza esitazione Cindy alzandosi in piedi.





D’istinto, e per educazione, si alza anche Lucien.





“Oh, hai ragione, scusa, la tua giacca…”, fa Cindy togliendosi il giubbotto e appoggiandolo sopra al tavolo.





“N- no, io… non volevo…”





“Grazie di tutto, ciao.”





Cindy saluta sbrigativamente mentre le amiche se la prendono e la portano via.





Lucien si rimette seduto, da solo, e non trova il coraggio di rimettersi indosso il giubbotto, che è stato a contatto con la pelle liscia e profumata di Cindy. Lo tiene stretto fra le sue braccia, lo stringe forte.





 





“Ehi, Lucien! Dov’è la tua pupa?”





“Michael…”





“E’ andata in bagno con Becca?”





Lucien scuote la testa.





“E’ andare a prendere da bere? L’hai lasciata andare da sola?”





Lucien scuote la testa. “Se n’è andata.”





“Come, se n’è andata?”





“E’ andata dentro con le sue amiche.”





“Cosa?! E tu che ci fai qui? Vai!!”





Lucien scuote la testa.





“Che c’hai in testa? Segatura?? Va’ da lei, subito!!”





Lucien fissa la plastica grigia del tavolo.





“Ora tu vieni con me!”, esclama Michael prendendo Lucien per un braccio. “Ti ci trascino con la forza, porca miseria!!”





Lucien non oppone resistenza e si fa accompagnare da Michael dentro casa. Qui la musica è assordante – qualcuno poi alla fine l’impianto stereo l’ha portato.





“Tu la vedi?”, chiede Michael.





Lucien scuote la testa.





“Proviamo nell’altra stanza!”





Guardano dappertutto, ma Cindy non è nemmeno lì.





“Che dici, proviamo su?”, chiede Lucien drizzando l’indice verso l’alto.





“OK”, risponde Michael.





I due non fanno in tempo a salire sul primo scalino che, in cima alla rampa, vedono Cindy abbracciata a Doug Ross, l’interbase della squadra di baseball della scuola. Si stanno baciando. Lui con le mani sul suo petto, lei che stringe i suoi avambracci muscolosi.





Michael resta a bocca aperta, poi si volta verso Lucien. Il suo sguardo è eloquente. Michael deglutisce, poi prova a mettere una mano sulla spalla dell’amico, il quale però si allontana con uno scatto.





“Io vado, Michael.”





“Dai, Lucien, aspetta.”





“Ci vediamo domani a scuola.”





“No, dai, rimani! Stai un po’ con me e Rebecca.”





Lucien scuote la testa. “A domani”, ripete prima di incunearsi tra la folla in direzione della porta.





Michael resiste per un po’, ma alla fine non ce la fa. Corre da Rebecca, la saluta con un bacio, ed esce correndo dalla casa di Lydia, lanciato all’inseguimento del suo migliore amico.





 





*** poco più tardi ***





 





“Mmh… Non mi stancherò mai di queste patatine!!”, esclama Michael con la bocca sporca di ketchup. “Tu no?”





Lucien alza le spalle e continua a girare la sua patatina nel piatto inzuppato di ketchup.





“Io il Bartels Giant Burger lo nominerei per il premio Nobel! Ci stai?”





Lucien annuisce.





“Avanti, Lu! Falla finita! Quella Cindy non ti merita se a te preferisce uno schifoso giocatore di baseball!”





Lucien addenta la sua patatina.





“Quel Ross è un montato totale, una testa di rapa! Lo sai che è talmente stupido che è stato bocciato all’esame per la patente? Tzé!”





Lucien inizia a masticare nervosamente.





“E poi non è nemmeno tanto carina… Hai visto che ha una gamba più lunga dell’altra?!”





“Cosa??”





“Sì!! La sinistra mi pare… No, no, anzi, è la destra più lunga!”





“Ma dai…”





“Ti dico di sì!!!”





Lucien sorride.





“OOHH! Finalmente un sorriso!! Gesù, ti ringrazio! Il ragazzo più depresso della storia è riuscito a sorridere!!”





“Ahaha… haha…”





“NON CI POSSO CREDERE!!”, grida Michael alzandosi in piedi. “Signori e signore—





“Smettila, cretino!!”, lo riprende Lucien tirandolo per un braccio.





“Signori e signore, ecco a voi l’evento dell’anno! Proprio qui, al Bartels Giant Burger di Redding, California!!”





“Hahaha… Smettila… Hahaha…”





“Un applauso, signori e signore! Un applauso per il sorriso del ragazzo più depresso della storia!!”





 





******************* maggio 2008 ******************





 





"Papà..."





Mi riscuoto sentendo la voce di Mika. Con sguardo stralunato fisso mio figlio che se ne sta in piedi sulla soglia della mia stanza.





"Pà, tutto bene? Non ti va di cenare?"





Scuoto la testa. No, non mi va. Sono giorni che non riesco a fare un pasto completo. Non mi va, non mi va giù niente.





"Senti...", inizia Mika venendo verso di me.





Mi tiro un po' su con la schiena, sempre restando seduto sul letto. "Sì, che c’è? Qualcosa non va?", chiedo.





Mika si avvicina ancora e si siede sul letto alla mia destra. "Sì, papà, tu."





"I- io?"





"Sono tre sere che non ceni e te ne stai quassù tutto solo…”





“…”





“Senti, ho capito che è per il tuo amico… ma perché non vieni un po’ giù con noi?”





Scuoto la testa.





“Dai!”





Faccio di nuovo segno di no con la testa.





“Allora posso restare io qui con te?”





Spalanco gli occhi: la richiesta di Mika mi sorprende.





“Preferisci che vado via?”





“No… No, Mika, rimani. Rimani qui, ti prego”, sussurro appoggiandogli una mano dietro al collo.





Mika si avvicina ancora e, allungando le braccia, mi stringe in un forte abbraccio. Dopo un primo momento di sorpresa stringo forte anch’io, a lungo.





“Vieni qua, accanto a me”, dico infine facendo salire Mika sul letto.





Rimaniamo per qualche minuto in silenzio, seduti uno accanto all’altro, con le gambe distese sul materasso e la schiena appoggiata alla testata del letto.





“Ti manca molto?”





Annuisco.





“Eravate amici da tanto tempo?”





“Dalle scuole medie…”





“Cavolo!”





Scuoto la testa. “Non ci posso ancora credere… non mi sembra possibile…”





“Quanti anni aveva?”





“La mia età… E’… è come se avessi perso un fratello…”





“Mmh.”





Oh, Mika, mi dispiace tanto! Tu non hai né fratelli né sorelle… Io e tua madre non ne siamo stati capaci, non abbiamo saputo farti questo regalo.





“Papà, dimmi: com’è avere un fratello?”





Sospiro. “Sai, Mika, avere un fratello è come… come avere un… un altro te stesso. Non dico la stessa persona, perché non è uguale a te. Anzi, quasi sempre due fratelli sono diversi in tante cose, talvolta sono proprio l’opposto… Eppure è come vedersi in uno specchio: due lati complementari di uno stesso individuo. Quando hai un fratello, sei sicuro che lui ti capirà, sempre. Anche se avrà un’opinione diversa, anche se farà delle scelte diverse… sei sicuro che per te lui ci sarà, sempre. E’ un po’ come…”





“Come?”





Traggo un altro profondo sospiro. “Come il rapporto che ho… che avevo, con tua madre.”





Mika mi guarda spalancando gli occhi.





“Sì, Mika. Io e tua madre siamo completamente diversi, due caratteri assolutamente opposti, eppure io so che su di lei posso contare, sempre. E lo stesso, lei può contare su di me.”





“Anche dopo tutto quello che è successo, anche dopo che avete divorziato?”





“Sì”, rispondo d’istinto. Poi mi prendo qualche secondo per ripensarci, ma alla fine la risposta è quella. “Sì, Mika, ancora oggi. E non credo che questo cambierà. Anche se siamo lontani, se siamo separati, i nostri sentimenti non possono cambiare, Mika. Non cambieranno mai…”





Mika non reagisce, resta pensieroso a capo basso. Immagino che per lui sia difficile capire una cosa del genere, immagino che si stia chiedendo perché io e Katherine ci siamo lasciati, se proviamo ancora sentimenti così forti l’uno per l’altra.





“Senti, papà”, esclama Mika balzando in piedi al lato del letto. “Ora vieni giù a cena con noi, però.”





“Non ce la faccio, davvero…”





“Eddai, pà!! Fai uno sforzo!”





“Non è che non voglio, Mika, è che proprio non ho fame: mi si chiude lo stomaco, non ce la faccio a mangiare!”





“Uff… Ascolta me: ti preparo una cosina io. Eh?”





“Tu? Da quando in qua sai cucinare?”





“Ora… cucinare non è proprio la parola giusta, pà. Però ti preparo una cosa che facevo sempre per la mamma quando aveva la luna storta o mi volevo far perdonare per qualcosa!”





“Come??”, chiedo sorridendo.





“Sì, sì: con lei funzionava sempre! Lo mangiava e si sentiva subito meglio! Allora, vieni??”





Come posso dirgli di no?





“D’accordo, Mika, vengo giù. Dammi solo un paio di minuti, ok?





“Evvai!!!”, esclama Mika battendo le mani. “Corro giù e preparo tutto! Ma sbrigati, eh!”





 





Aspetto che Mika esca dalla stanza e butto giù le gambe dal letto. Adesso mi alzo, penso, e invece resto immobile, con le mani ben premute contro il materasso. No, non ci posso credere. Michael non c’è più. Chiudo gli occhi. Non ci vedevamo quasi mai, è vero, eppure siamo sempre rimasti in contatto, ci sentivamo abbastanza spesso… Mi metto le mani nei capelli e scuoto la testa. Come farò a superare tutto questo? Ho accettato la morte di mio padre, ho accettato quella di mia madre… ma questa è troppo dura, non ce la faccio.





 





Riapro gli occhi e mi guardo le mani, guardo il dorso della mia mano sinistra, osservo il dito anulare, la falange nuda dove un tempo tenevo la fede. Katherine. Dio, come vorrei che fosse qui adesso. Avrei così bisogno di lei in questo momento… Lei conosceva bene Michael, lei lo capisce quanto è dura per me… Vorrei averla accanto, vorrei abbracciarla, vorrei… Che stupido che sono! Lei era venuta qui una settimana fa, era partita dall’Italia per stare con me e vedere come stavo, e io l’ho trattata male, l’ho mandata via. Che stupido! Idiota!!





 





Finalmente mi alzo in piedi. Cerco di farmi forza e mi decido a scendere giù. Un attimo prima che oltrepassi la soglia, però, sento il cellulare squillare. E’ un messaggio. Torno indietro, lo prendo da sopra il comodino e lo apro. Resto a bocca aperta: non ci posso credere!





E’ Katherine: «Ciao Lu! Volevo sentire come stavi. Come stai?? Mi raccomando, eh, non buttarti giù!»


Scuoto la testa: no, non è possibile… Proprio ora che stavo pensando a lei! Incredibile… Premo il pulsante di risposta, poi tre volte il 6 per «O» e due volte il 5 per «K».

Aspetto il messaggio di ricezione avvenuta e richiudo il telefono. Mi rimetto in moto per andare giù da Mika quando ricevo un altro SMS. Torno indietro e riapro il cellulare. E’ ancora lei: «OK??? Me lo devi PROMETTERE!!!!!!!!!!!!!!!!!!»

Non riesco a trattenere un sorriso.

«Promesso.», rispondo.

 


 

UPDATES

06 Maggio 2007: Da oggi sono nuovamente disponibili i personaggi di Elizabeth Corday e John Carter, abbiamo invece un nuovo personaggio originale giocante, Danielle Sullivan, giocato dalla nostra Giù!

23 Febbraio 2007: Avviso importante! Da oggi abbiamo un nuovo personaggio originale giocante Aoi Misora, interpretato da Sil, la ragazza che originariamente aveva aperto con me questo gioco! Diamole il bentornato al County!!

04 Gennaio 2007: Nuovo Layout

30 Agosto 2006: Nuovo Layout

25 Agosto 2006: Di nuovo occupato il personaggio di John Carter

20 Agosto 2006: Nuovamente libero il personaggio di John Carter

31 Maggio 2006: Nuovo iscritto: Abby Lockhart! Benvenuta!

27 Maggio 2006: Nuovo iscritto: Wendall Meade! Benvenuta!

22 Maggio 2006: Il personaggio di Abby Lockhart è a oggi nuovamente disponibile!

21 Maggio 2006: Nuovo iscritto: Elizabeth Corday! Benvenuta!

22 Aprile 2006: Nuovo iscritto: Luka Kovac! Benvenuto!

30 Marzo 2006: il personaggio di Neela è da oggi interpretato da una nuova ragazza! Benvenuta alla nostra nuova Neela!!

27 Marzo 2006: Nuovo Layout

20 marzo 2006: Nuovo iscritto: John Thruman Carter! Benvenuto!

PER INIZIARE

Il gioco prevede la scelta di uno dei personaggi presenti nel telefilm E.R. e l'interpretazione di esso tramite chat e diari. Entrambe le cose sono complementari. Se in chat Luka riceve uno schiaffo da Sam , Luka nel suo diario dovrà scrivere l'avvenimento. Al contrario se Luka decide di essere schiaffeggiato da Sam, anche senza che ciò fosse avvenuto in chat, e lo scrive nel diario, Sam dovrà fingere sia vero e riportarlo a sua volta.

ISCRIZIONE

Per effettuare l'iscrizione segui queste semplici operazioni:

1) Consulta la lista dei personaggi qui a sinistra e scegline uno libero [ sono quelli non in grassetto e senza descrizione].

2) Per ottenere il personaggio dovrai stilare un semplice diario di prova, anche di poche righe e inviarcelo.
[ Naturalmente, quello scritto nel diario, non deve necessariamente essere collegato a quello accaduto nel GdB ]

3) Una volta pronto il diario un'email .: clicca qui :. compilando i seguenti campi:

.: Nome:
.: Età:
.: Personaggio Scelto:
.: Indirizzo e-mail:
.: Diario di Prova:
.: Miglior Borsista:

Una volta inviato il Diario entro 48 ore ti verrà inviata un'email di conferma ^_^.

REGOLE

1) E' obbligatorio iscriversi a Splinder con il nome del personaggio scelto

2) Dopo essere stati accettati avete una settimana di tempo per scrivere il vostro primo post

3) Non è possibile inizialmente scegliere più di un personaggio alla volta. Sarà possibile richiederne un secondo solo dopo un mese dalla prima iscrizione, e la decisione sarà comunque rimessa a Sam!

4) Se l'utente non scrive il diario per un mese, salvo casi eccezionali, avrà una settimana di tempo per scrivere altrimenti perderà il personaggio.

5) Sono vietate nei diari azioni di qualunque genere [ *piange* *starnutisce* ecc... ] stesso vale per le faccine e le abbreviazioni [ xkè, cmq, ecc... ].

6) Per rispetto alla sensibilità altrui è gradito evitare scene di cattivo gusto, pedofilia e pornografia. In questo gioco tuttavia si interpretano personaggi adulti e tra l'altro medici, possono quindi esserci nelle pagine scritte situazioni forti o descrizioni molto realistiche, è necessario valutare questo prima di iscriversi.

7) Non vi sono limitazioni nei rapporti tra studenti di medicina, borsisti e assistenti.

8) Ognuno può strutturare il personaggio come meglio vuole senza particolari restrizioni. Naturalmente il tutto deve essere coerente col resto del gioco.

9) Non è consentito sapere cosa vi è scritto nei diari degli personaggii, salvo in casi eccezionali, naturalmente.

10) La chat è un supporto facoltativo del gioco che si svolge in realtà totalmente tramite le pagine di diario

11) Nel form di iscrizione alla voce Miglior Borsista dovete scrivere Ray Barnett per dimostrare che avete letto il regolamento.

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CREDITS

Layout by .: Vale :.
Per tutto il resto, per il regolamento, le modalità di iscrizione ma soprattutto per l'ispirazione del layout, dell'impostazione del sito e del gioco stesso, si ringrazia .: HSL :. e .:HSD:.